N°4 / Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

Identità precarie: percorsi di lavoro e storie di dignità nella letteratura migrante

Vittorio Valentino
Identità precarie: percorsi di lavoro e storie di dignità nella...

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Vittorio Valentino

(Université de la Manouba - Tunisi)

 

 

Identità precarie: percorsi di lavoro e storie di dignità nella letteratura migrante

 

 

 

Per discutere del mondo del lavoro odierno è dapprima necessario collocare il nostro discorso in uno spazio che consideriamo essere quello attuale, cioè uno spazio idealmente caratterizzato da un’assoluta e continua mobilità della forza lavoro. Ciò diventa importante perché tale mobilità altera la concezione classica di confine nazionale nella quale, come lo ricordano Mezzadra e Neilson, « le dinamiche contemporanee di potere e le lotte non possono essere racchiuse ».1 Siamo di fronte quindi ad una concezione del lavoro che si basa in gran parte sulle esperienze migratorie le quali danno luogo ad una contaminazione spaziale continua che sfida, fino allo sbriciolamento, la divisione mondiale in blocchi Nord–Sud. Il fabbisogno di lavoro travalica le omogeneità scaturite dai regimi capitalistici, creando un rapporto capitale-lavoro composto da dinamiche globali, secondo le quali la parola “confine”, nel senso geografico e geopolitico, perde spessore acquistando complessità e molteplicità concettuali.

Risalendo alle vicende del XX secolo, l’Europa e il mondo Occidentale sono stati stravolti da eventi economici e sociali, come la colonizzazione, la decolonizzazione fino alla globalizzazione, che hanno cambiato la struttura degli Stati creando una sorta di “instabilità permanente” del panorama sociale che non solo risulta di difficile interpretazione, tanto essa provoca variazioni continue, ma risulta illeggibile unilateralmente. Se l’odierna globalizzazione potrebbe essere il frutto di quelle politiche ultra-liberali cominciate negli anni ’80, fra cui quelle dei governi Thatcher o Reagan, l’instabilità di cui abbiamo parlato prima scaturiva già dai processi di decolonizzazione che hanno modificato gli equilibri tra stati o regioni, come all’interno dello spazio Mediterraneo. Lo spazio dove nasceva il nuovo tessuto post-coloniale, che ribadiva i propri confini come ritorno alla politica interna di uno stato legittimo, contro l’ingerenza dell’ex-colonizzatore, si trova oggi economicamente indebolito e talvolta travolto dal fabbisogno di mobilità lavorativa verso l’esterno. Ciò allo scopo di compensare situazioni economico-lavorative spesso difficili e una debolezza di mezzi e capitali, quest’ultima provocata proprio dall’estrema liberalizzazione del mercato globale, in una situazione di dipendenza, spesso proprio dall’ex-colonizzatore (è il caso della Tunisia, ex protettorato francese).

Queste informazioni vanno, secondo noi, prese come punto di partenza per storicizzare le rilevanti trasformazioni del mondo attuale. Mentre all’interno del processo di globalizzazione che pervade i mercati assistiamo al continuo dissolversi del mercato del lavoro in sole logiche d’impresa, nei processi migratori, legati o no alla decolonizzazione, le stesse regole del mercato creano situazioni sociali di grande disagio e instabilità. In entrambi i casi, le dinamiche economiche precludono un dato di fatto fondamentale: esse si inseriscono in una incessante e imprescindibile richiesta di “flessibilità” fatta ai lavoratori da parte di chi crea forza lavoro. La flessibilità appare come una condizione moderna che comporta pesanti ripercussioni sull’esperienza dell’uomo, sul suo apprendimento, sulla stessa percezione di continuità della sua vita, uno stato di precarietà che altera profondamente il proprio rapporto con il presente e soprattutto con il futuro.

È possibile percepire l’origine e la vicinanza dei due concetti “precarietà/flessibilità” cercando nell’esperienza delle grandi lotte operaie degli anni ’70, che hanno visto in un primo momento la precarietà come uno spiraglio liberatore all’interno di una concezione fordista del lavoro, come lo ricordano De Bloois e Korsten riferendosi a Toni Negri:

 

Dans une discussion suivant son intervention […] Toni Negri a déclaré : « La précarité fut mon premier amour ». Negri rappelait ainsi à l’auditoire que l’opéraïste et autonomiste « precario bello » des années 1970 était une figure émancipatrice : un producteur nomade libéré de la pénibilité du travail fordiste. Negri a alors raconté l’histoire désormais célèbre de la récupération de cette figure émancipatrice par un capitalisme alors en pleine reconfiguration […] la précarité c’est exactement ce que nous avons obtenu, mais sous des formes diamétralement opposées au « premier amour » de Negri. Ce que nous avons obtenu, c’est une flexibilité généralisée avec l’incertitude qui en découle, une société du risque, du travailleur pauvre, de la génération « mille euros ».2

 

Se la flessibilità nasce in parte da un equivoco intorno all’idea di allontanamento da un fordismo opprimente, assistiamo, con l’utilizzo della parola “generazione” usata da Toni Negri, alla nascita del precariato come segno distintivo generazionale, una condizione acquisita che fa ormai parte di quei fattori esistenziali che non possono essere più ritenuti “controllabili”. Un’idea che pervade il discorso politico il quale, talvolta, la celebra come un nuovo status frutto di una sorta di “evoluzione politico-sociale”, rischiando di cristallizzare la situazione nel tempo e nello spazio ideologico. Accettare questo immutabile senso può, in effetti confermare la precarietà come una forma di esistenza, se non ambita quanto meno accettata, e la flessibilità come parte e conseguenza di un insieme già esistente e già precario, come lo fa nel 2005 la presidente del sindacato patronale Medef (Mouvement des entreprises de France), Laurence Parisot, che in un’intervista a Le Figaro afferma che « La vie, la santé, l’amour sont précaires, pourquoi le travail échapperait-il à cette loi ? ».3

Sembra quindi protendersi un “fil rouge” che unisce precarietà e flessibilità e che attraversa tutto il mondo del lavoro attuale: al lavoratore viene costantemente richiesto di accettare condizioni lavorative sempre nuove, accogliendo una flessibilità che è ormai parte integrante del tessuto economico, che secondo David Harvey non è più considerabile come « astorica e astratta », ma come « flessibilità post-fordiana, connessa alla fase più recente dei processi di globalizzazione ».4

Il carattere destrutturante e desocializzante della flessibilità è maggiormante visibile quando essa condiziona altri aspetti della personalità dell’individuo, diventando un normale fattore produttivo che trasforma il lavoro umano in “merce” dal solo valore oggettivo. Questo può così essere soggetto a “scambio”, perché privo di vincoli sociali. Una trasformazione economica e sociale che Zygmunt Bauman, già verso la metà degli anni ’90, intuiva come “condizione liquida” inserita in una “modernità liquida” in cui tutto l’apparato sociale e lavorativo sembra costantemente precario: « Lo slogan dei nostri tempi è la flessibilità: qualsiasi forma deve essere duttile, qualsiasi situazione temporanea, qualsiasi configurazione suscettibile di ri-configurazione ».5

Una flessibilità che secondo lo stesso Bauman crea divisioni e ingiustizie sociali considerevoli, in quanto l’individuo evolve all’interno di un mondo in cui questa stessa flessibilità rappresenta uno dei suoi valori principali, concretamente tradotti nelle dinamiche del lavoro precario. Tale precarietà rischia, secondo Bauman, di espandersi a molteplici aspetti dell’esistenza del soggetto, corrompendone i legami sociali già stabili rendendoli più fluidi e temporanei: perdendo continuità, egli non elaborerà più progetti a lungo termine perché l’instabilità lavorativa non fornirà più i mezzi necessari alla costruzione di risposte stanziali all’interno del proprio ambiente. Questa perdita di controllo sul proprio futuro e il restringimento del proprio campo d’azione diventano ancora più esasperati nel caso in cui si sceglie o si subisce la condizione di vita di migrante o di profugo.

Vivendo oltre i confini dei propri paesi d’origine, in luoghi spesso extraterritoriali, si accentuano le caratteristiche di questa “condizione liquida” in cui la mancanza di una definizione del proprio ruolo sociale o la permanenza in una sorta di transitorietà, sono una metafora che mette a repentaglio la nozione di dignità umana e che, secondo Bauman, trova nell’esempio degli stessi campi profughi, un nuovo modello di transitorietà permanente:

 

I profughi sono diventati l’epitome di quell’extraterritorialità in cui affondano le radici dell’odierna precarietà della condizione umana la causa prima delle paure e ansie dell’uomo moderno. Paure e ansie che generano un sentimento popolare di rabbia e paure nei confronti dei rifugiati.6

 

Sono proprio quei luoghi extraterritoriali, campi profughi ai margini degli stati, delle città o di territori essi stessi in bilico, in attesa di legittimazione o cancellazione, ad essere l’esempio più lampante di una vita vissuta senza vera collocazione spaziale e soprattutto sociale. Essi sembrano riflettere proprio il posto che il processo di globalizzazione riserva agli “ultimi”, dove si spacca definitivamente la coesione sociale per lasciare posto ad una mercificazione degli individui, che acquistano valore solo se obbedienti alle leggi della competitività:

 

Verrà forse un tempo in cui scopriremo il ruolo di avanguardia degli odierni rifugiati - in cui esploreremo il sapore della vita nei non-luoghi e la pervicace permanenza della transitorietà che potrebbe diventare l’habitat comune dei cittadini di questo nostro pianeta globalizzato e pieno.7

 

La vicinanza quindi delle condizioni di precario e di migrante richiamano un altro concetto avanzato da Bauman, quello della trasformazione di questi individui in “rifiuti della modernizzazione”, cioè di una società globalizzata nella quale rifugiati, migranti, ma anche disoccupati e precari sono considerati ai margini di questa modernità liquida, « civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto e dello smaltimento dei rifiuti ».8

All’interno di questa stessa società globalizzata, la presenza di questi individui è un vero e proprio bug, un errore di sistema che deve essere corretto perché non diventi una minaccia per il resto della società. Questa “umanità di scarto” non solo mette a repentaglio l’ingranaggio del sistema economico a causa di soggetti “non consumatori” o “consumatori secondari”, ma mette in pericolo l’intero sistema di vita “all’occidentale”. In effetti, in primis, si pensi a quanto proprio di questo si tratti, della preminenza di un’idea di “identità occidentale”, che propone come valore costante lo sviluppo economico, imprigionando senza via d’uscita coloro che sono lontani (o alla rincorsa) di un certo “modello occidentale” che però, come ricorda Franco Cassano, « non è né universale né universalizzabile e pretendere di renderlo tale condanna la stragrande maggioranza degli uomini a divenire le comparse di una rappresentazione governata da altri ».9 Questa imposizione del modello occidentale da seguire a tutti i costi rientra in quel processo complesso di “deculturazione” di cui parla Latouche, nel suo libro dal titolo evocatore L’occidentalizzazione del mondo 1992, una pratica che induce ad una continua subalternità delle culture e dei sistemi economici. Che si parli di un sistema “occidentale”, “eurocentrista” o “all’americana”, si evoca comunque un’idea di produttività illimitata che esclude su grande scala o su scala ridotta i modelli non-produttivistici, che essi siano all’esterno delle proprie frontiere o all’interno, personificati nella forma suddetta, cioè “umanità di scarto”.

Proprio a questo può essere assimilato il fenomeno migrazione cui stiamo assistendo da decenni, una rincorsa sfrenata da parte di masse di individui verso un sistema economicamente più forte ma anche totalizzante, un modello “univesalizzante” che in realtà frammenta le soggettività. La flessibilità, ormai parte integrante del sistema lavoro sfocia in una precarietà ancora più complessa per il migrante, che possiamo dire “doppia”, in quanto oltre alla permanente rincorsa di cui abbiamo parlato, implica uno sforzo ulteriore, di preservazione, di fronte alla perdita della propria identità dal punto di vista culturale e sociale.

Per parlare di lavoro e migrazione sceglieremo un approccio letterario: la letteratura della migrazione10 italiana, che nasce negli ultimi trent’anni all’interno dello spazio culturale italiano, può essere secondo noi considerata come un mezzo attraverso il quale leggere le trasformazioni del mondo del lavoro e del modello di precariato che accompagna la condizione transitoria del migrante. Gli scrittori che hanno nel loro bagaglio umano l’esperienza dell’esilio, all’inseguimento di una stabilità economica, che siano italiani e/o italofoni, portano all’interno del panorama della letteratura della migrazione italiana e internazionale, ma anche della letteratura tout court, un contributo essenziale necessario per decifrare alcune dinamiche esistenti. Prenderemo alcuni esempi secondo noi significativi per spiegare l’importanza e le conseguenze dei flussi migratori nel tessuto sociale italiano e Mediterraneo. In effetti, gli sconvolgimenti legati alla decolonizzazione e alla nascita della società globalizzata influiscono su scala mediterranea facendo dell’Italia, per la sua posizione geografica, un luogo di fondamentale importanza nelle dinamiche migratorie.

Dagli anni ’90 comincia, da parte di alcuni scrittori italiani spesso anch’essi migranti, un’attenta osservazione dello spazio sociale e lavorativo italiano. La trasformazione dell’Italia in terra di “passaggio” o d’immigrazione segna un cambiamento epocale nella storia del paese, che si trova impreparato dinnanzi a questo “passaggio di ruolo”: da luogo di emigrazione, l’Italia conosce dapprima una migrazione interna da Sud a Nord durante il boom economico, diventando poi terra d’accoglienza a partire dagli anni ’80 del novecento. Una migrazione verso l’Italia soprattutto proveniente dal Sud del Mediterraneo, dal cosiddetto Terzo Mondo, dall’Africa del Nord e sub-sahariana; una migrazione epocale che indica, come affermava Umberto Eco già nel 1990, che siamo di fronte ad « un riassetto etnico delle terre di destinazione ».11

Erri De Luca coglie proprio negli anni ’90, nel suo libro Pianoterra12 1995, i primi spostamenti di popolazioni provenienti dal Sud del mondo e che cominciano lentamente ad abitare lo spazio occidentale, italiano nello specifico, impegnate in una sorta di continua “rincorsa” verso il mercato del lavoro offerto da questa parte del mondo. Lo spostamento di questi individui crea secondo De Luca una fenomeno di slittamento della frontiera Nord/Sud, caratterizzato dallo spostamento latitudinale proprio di questi spazi di confine:

 

Nel mondo c’è più sud che nord. [...] Però è un fatto che l’Equatore, il largo parallelo equidistante dai poli, non è mai stato discrimine efficace. Il sud del mondo lo ha scavalcato di slancio, si è spinto oltre il tropico del cancro fino a risalire tutta l’Africa. Per ora si è assestato sulla sponda meridionale del Mediterraneo.13

 

De Luca, in quanto napoletano abitante di un Sud ma anche egli stesso migrante, si esprime sulla precarietà nella quale versa ogni possibile definizione o appellazione Nord/Sud. Il cambiamento di latitudine che egli osserva è il frutto di una globalizzazione così potente da smuovere le vecchie divisioni tra i blocchi, all’interno dei quali anche gli individui vivono un perenne statuto precario che ne sembra imprescindibile.

Osservando le ondate migratorie, gli scrittori plasmano nella scrittura la realtà di coloro che la stanno vivendo. Nella scrittura di De Luca nasce un impegno intorno a questioni attuali che cambiano il volto del proprio paese, solcato da un “sud mobile”, appellativo con il quale Erri De Luca chiama gli individui migranti, indicandone nel contempo la provenienza ma anche la natura mobile, precaria e instabile:

 

Intanto le nostre città si popolano di un sud mobile. Le stazioni, le prigioni, i ponti, i sottopassaggi e i semafori ci mostrano a domicilio il sud. Noi non lo siamo più. Nominarci tali oggi è abuso di latitudine altrui e appropriamento di geografia indebita. […] È ancora così, perché quello è il sud. Noi dobbiamo dare le dimissioni da quel nome onorato. Ci resta il sud dell’anima, per chi ancora la conserva esposta a mezzogiorno, come un balcone.14

 

Il Sud di De Luca incontra quello di Cassano, si tratta di un territorio di confine, composto da « esseri definitivamente provvisori che possono essere rispediti indietro oppure sognano di andare altrove anche se il loro destino è quello di rimanere profughi tutta la vita ».15 La transitorietà degli individui di cui parla De Luca, ribadisce il problema del posizionamento di questi ultimi all’interno di una politica economica globale, in Italia come altrove. In questo senso, alcuni scrittori negli ultimi anni hanno fornito degli esempi riguardanti l’attuale contesto sociale italiano; che siano opere giornalistiche o letterarie, esse ci indicano in che modo viene “abitato” questo spazio del lavoro precario, la cui forma “liquida” di cui abbiamo parlato non permette nessun vero appiglio al presente e soprattutto al futuro, descrivendo dei percorsi intorno ad un’identità sempre più in crisi, senza presa sul mondo circostante. Proprio il migrante deve confrontarsi qui a questa precarietà, fatta di confronto con la propria identità e con difficoltà lavorative di diversa natura16, spesso insormontabili. Uno degli scrittori che ha intrapreso tale percorso è Anselmo Botte, sindacalista e scrittore, egli si occupa da diversi anni della sorte dei lavoratori e dei disoccupati in tutto il Sud dell’Italia, portando la sua attenzione su alcune zone particolarmente colpite dal lavoro precario o a nero, come la Piana del Sele, nella provincia di Salerno. Egli sceglie di mettere tutto ciò in forma letteraria con la tecnica del romanzo-inchiesta, raccontando in prima persona come se fossero gli stessi lavoratori migranti a parlare le loro storie di vita e lavoro. Quelle di migliaia di immigrati, come quelli provenienti dal Marocco, impiegati proprio nella Piana del Sele in Mannaggia la miserìa17 2009 e Graziemila. Eboli, San Nicola Varco: cronaca di uno sgombero18 2010, oppure quelle delle operaie stagionali del pomodoro dell’Agro Nocerino-sarnese in Rosso rosso19 2012. Queste esperienze messe qui in evidenza rientrano in un quadro capitalistico preciso, legato allo sfruttamento di massa di una manodopera che crea una considerevole ricchezza nel territorio senza mai trarne alcun beneficio vero; ma che al contrario viene mantenuta in una condizione permanente di sopravvivenza e precarietà. La dimensione esistenziale del lavoratore acquista allora un valore centrale, in quanto all’interno dell’economia locale e nazionale egli non gode di alcun riconoscimento reale. Per di più, quando si tratta di lavoratori migranti, essi vengono riportati all’interno di discorsi speculari sulle loro condizioni di vita e su un presunto assistenzialismo dello stato; discorsi che sfociano talvolta in un clima di razzismo e di totale isolamento di individui già sfruttati.

Nel docu-romanzo Mannaggia la miserìa viene mostrata l’organizzazione del lavoro dei campi in provincia di Salerno, precisamente a San Nicola Varco, lavoro interamente basato sulla manodopera marocchina. Risiedeva qui, fino allo sgombero forzato del 2009 in condizioni estremamente degradate, un nucleo di più di settecento immigrati marocchini occupati in agricoltura, che costituiva il motore principale di un’economia locale basata sulla coltivazione di prodotti agricoli, all’interno delle numerosissime e irrespirabili serre presenti sul territorio:

 

In questo angolo di terra la storia apre un nuovo capitolo, quello dei migranti maghrebini. Arrivano in tanti, spinti dalla disperazione e dalla fame. [...] Vengono invece arruolati tra le fila degli operai agricoli, dove non c’è bisogno di partita Iva né di capitali da investire; ti si offre subito di che vivere, si fa per dire. I marocchini costituiscono la comunità che risponde al richiamo più numerosa. [...] Soggiorni che non costino molto, le paghe in agricoltura si sa, sono basse e poi bisogna provvedere anche alla famiglia che è rimasta a casa.20

 

L’autore spiega quanto questa presenza, in mancanza di manodopera locale, sia sempre stata essenziale e a che punto le autorità non si siano mai preoccupate delle condizioni di vita dei lavoratori. La voce che Botte dà ai suoi personaggi migranti si spinge fino alla descrizione delle loro condizioni abitative disumane, senza luce e acqua, e racconta in prima persona il “non luogo” nel quale si dissolvono identità e dignità, trascinate dai torrenti di pioggia che penetrano i tetti di lamiera delle abitazioni di fortuna. In effetti, queste centinaia di lavoratori migranti hanno abitato per anni i quattordici ettari di un mercato ortofrutticolo in costruzione e mai terminato, un mostro di cemento fatiscente, che sembra inserirsi perfettamente nell’incompiutezza della loro condizione di vita marginale:

 

Oggi, sono più di settecento gli uomini che ci vivono. Tutti gli spazi disponibili sono stati occupati. [...] La tana, alla fine, è tutt’uno con il tuo corpo: le pareti, il soffitto, il pavimento e tutte le povere cose seminate disordinatamente sono ormai parte di me. Anche l’odore dei muri marci, dei piatti e delle pentole sporche, degli stracci, della muffa, degli indumenti e delle coperte lerce, fanno ormai parte del profumo della mia pelle.21

 

Alla denuncia della quotidianità abitativa si affianca quella di un fenomeno dominante e violento che incrementa le difficoltà già esistenti, relative al lavoro nero: il caporalato. In effetti in esso sembrano idealmente convergere molti degli elementi che costituiscono i punti forti di un sistema di sfruttamento globalizzato, fondato sull’incessante richiesta di lavoro e sul dominio incondizionato di un’offerta a basso costo gestita senza la minima attenzione al lavoratore ma solo con un unico obiettivo, quello del guadagno ad ogni costo. Un processo nel quale il “caporale”, anch’egli in questo caso di nazionalità marocchina, è il braccio violento del proprietario terriero che agisce attraverso la minaccia permanente del precariato, un sistema « che c’è solo nel Sud Italia e che è nato molti anni fa proprio in queste terre. Molti dei nostri connazionali hanno assimilato in fretta lo sfaticato dinamismo dei caporali d’un tempo, ma l’hanno arricchito di nuovi elementi ».22 Ciò spiega chiaramente la natura dei rapporti vigenti tra i diversi attori economici all’interno di un sistema lavoro come questo, che potremmo definire di tipo quasi “feudale”:

 

Ci selezionano adoperando criteri che misurano il livello di disperazione [...] perché sanno di avere a disposizione un esercito di lavoratori molto ricattabili, che non hanno un contratto, né il permesso di soggiorno, o sono privi di chissà quali altri elementi necessari al rispetto di regole e diritti.23

 

La mole e le condizioni di lavoro esposte nel romanzo documentano della stanchezza continua degli operai che finiscono inesorabilmente in un vortice di isolamento, dettato anche dalle precarie condizioni economiche che permettono loro solo pochi momenti di contatto con il mondo esterno. La zona abitativa di fortuna assume le sembianze di un “forte” isolato nel quale i contatti con gli italiani quasi non esistono. Si è in Italia senza esserci davvero, senza inserimento sociale di nessun genere e con pochi contatti con la propria terra d’origine e i familiari che la abitano, spesso unico appiglio per un’identità messa a repentaglio dalla cancellazione permanente dell’individualità, a vantaggio del corteo dei lavoratori precari.

Ricorrere alla forma del racconto, significa dar voce ad una comunità inconsapevole persino di essere diventata tale e, l’utilizzo di nomi per i protagonisti, fittizi o no, sembra quasi aiutare a ricomporre queste vite sbriciolate e invisibili, gocce nel mare dei grandi spostamenti di merci e di capitali. Un progetto in qualche modo di ricostruzione delle identità: rinominarle significa farle ri-esistere, nella ricerca di un riscatto pur breve che avviene all’interno del progetto narrativo di Botte, frutto dell’ascolto e della maturazione del coro di quelle voci inascoltate, che egli ha deciso di diffondere:

 

Avverto chiaramente la sensazione della definitiva conclusione di un ciclo della mia vita. E come me tanti altri. È come quando il vento d’autunno stacca le foglie e le fa turbinare in un vortice intorno all’albero. Le avvicina le allontana ma non potrà mai riportarle indietro. [...] Chiudere i pugni, stringere i denti e andare avanti. Il Marocco ormai è lontano. E noi siamo emigranti, per sempre.24

 

I cambiamenti di situazione ai quali sono confrontati i lavoratori migranti di Mannaggia la miserìa, la flessibilità continuamente richiesta alle “popolazioni” dei lavoratori precari, migranti e non, dal punto di vista oggettivo dovrebbe inserirsi, secondo Richard Sennett, in un processo di resistenza alle avversità, simile a quello ricercato in botanica per gli arbusti, i quali si flettono per poi rialzarsi riprendendo la forma iniziale: « da un punto di vista ideale, il comportamento umano dovrebbe avere le stesse caratteristiche: sapersi adattare al mutare delle circostanze, senza farsi spezzare »25. Secondo lo stesso Sennett però, la costante richiesta di « adattamento alle circostanze »26, mette in pericolo l’autonomia personale provocando una fragilità irreversibile nel soggetto, all’interno del quale il carattere e la personalità vengono in un certo senso “consumati”. Un tale processo sembra portare ad una fragilità generalizzata di tutta la società, intesa come perdita dello strato di coesistenza e di co-partecipazione in gruppo, come afferma Ilaria Possenti: « nella migliore delle ipotesi si rivelano strategie di resistenza individuale che non possono generalizzarsi, perché inevitabilmente elitarie, o stabilizzarsi, perché pur essendo adottate da molti hanno un carattere troppo emergenziale ».27

Una parte della scrittura romanzata, in questi ultimi anni, si sviluppa in modo eterogeneo attraverso approcci spesso diversi da parte degli autori intorno alle questioni lavoro, precarietà o perdita di identità degli individui. Mentre Erri De Luca, scrittore e lavoratore migrante coglieva un panorama sociale agli albori di un cambiamento epocale, altri come Carmine Abate, anch’egli emigrante, lavoratore e scrittore, possiede una visione dall’interno di una comunità dall’interessante complessità. I romanzi di Abate sono in effetti frutto di una vita di partenze, quelle degli abitanti dei paesini calabresi della comunità arbërech di origine albanese, dai quali egli stesso proviene, una comunità che ha vissuto un importante esodo verso il Nord Europa. Tuttavia la visione di Abate si arricchisce della sua esperienza personale tra Italia e Germania: il soggetto narratore osserva la propria evoluzione identitaria ma cristallizza anche quella dei migranti che ripopolano in alcuni casi quegli stessi paesini calabresi svuotati dall’emigrazione. In Vivere per addizione ed altri viaggi 2010 l’autore raccoglie una serie di testi che racchiudono l’essenza della propria esperienza di viaggio ma non solo: insegnate in Germania dove suo padre era già emigrante, egli torna in Italia negli anni ’90 dove sceglie di scrivere della forte emigrazione della sua regione natale, sentendo l’esigenza di approfondire nei suoi romanzi diverse questioni sociali. Il collante delle sue storie resta il lavoro, attraverso il quale racconta la propria ricerca permanente di un difficile equilibrio, tra la preservazione della propria identità e la nascita in sé di un nuovo modo di vivere i luoghi della migrazione, legato all’evoluzione della propria immagine all’interno di questi.28

 Nel racconto Vivere per addizione, egli evoca il suo dondolio continuo tra Nord e Sud alla ricerca di un posto nel quale vivere, lavorare e scrivere. Nel corso del suo percorso personale, egli sceglie volontariamente di stabilirsi in Trentino, ad uguale distanza tra la Calabria dell’origine e la Germania della migrazione, così da restare radicato ad entrambi i luoghi che costituiscono ormai la sua identità multipla:

 

Fu così che approdai in Trentino, [...] Da questa posizione privilegiata è possibile vivere e raccontare il Sud e il Nord dell’Europa con distacco e passione, perché il Nord e il Sud sono lontani dai tuoi occhi, ma al tempo stesso presenti e mescolati nella terra di mezzo. Qui puoi trovare il meglio dei due mondi e vivere in una nuova realtà che è simbiosi e sintesi di essi, arricchendoti culturalmente e umanamente giorno dopo giorno.29

 

Raccontare delle proprie origini può aiutare lo scrittore migrante a meglio collocarsi all’interno della propria attualità, costituita da culture ed influenze diverse, alla ricerca di una posto dove poter “attecchire” in modo definitivo. La scrittura per Abate diviene anch’essa un lavoro insieme all’insegnamento, ma anche una dimensione necessaria per esorcizzare il pericolo di perdita di sé. La ricerca di un impiego di insegnante che l’ha spinto alla migrazione si tramuta in un’esperienza personale unica, che sfocia in una “sintesi” di più radicamenti che portano il soggetto a rifiutare fermamente di scegliere tra la cultura dell’origine e quella del luogo di approdo: « Ma ora non posso e non voglio più tornare indietro. Voglio vivere per addizione, miei cari, senza dover scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingue del pane, tra me e me ».30

Tuttavia la visione soggettiva di Abate si arricchisce di diverse sfaccettature che escono dalla dimensione intima per affacciarsi sull’alterità dei migranti che approdano in massa nei villaggi calabresi. La loro storia si allaccia a quella di coloro che hanno lasciato il paese anni prima in cerca di lavoro e che talvolta sono tornati per trascorrervi la propria vecchiaia. L’autore descrive una sorta di “continuità” costruttiva tra le identità degli individui, creando un legame tra le storie di migrazione degli uni e degli altri attualizzando il passato degli emigranti verso la Germania (i “germanesi”) con il presente degli immigrati, mettendo quindi a confronto le diverse rotte dell’esilio forzato:

 

- Io invece la conosco [la paura] – ha detto uno dei rumeni che faticano in paese da qualche anno, un po’ come manovali, un po’ in campagna.

- Per me non è stato proprio uguale ma quasi – ha risposto un vecchio germanese che li guardava curioso. [...]

- No, invece io non mi sono spagnàto, però mi sentivo perso e pentito e volevo tornare indietro il giorno dopo. Poi, per fortuna o sfortuna o tutt’e due, ci sono rimasto trentadue anni a Ludwigshafen e non ho fatto più caso ai veleni dell’aria [...]. Ecco cos’erano quei pizzicotti di fastidio che provavamo: loro ci ricordavano chi eravamo noi fino all’altro ieri o a ieri e noi volevamo dimenticare con tutte le nostre forze, perché quel ricordo ci faceva ancora male.31

 

Attraverso gli abitanti di Carfizzi, il paesino originario di Abate, vengono esaminate le questioni essenziali che coinvolgono tutto il territorio, che riguardano tanto la coabitazione quanto il problema lavoro in relazione all’arrivo dei migranti. Vengono soprattutto rielaborati i punti comuni tra le esperienze migratorie che, anche se non bastevoli a modificare la situazione, offrono un’occasione di incontro anche all’interno del dramma della miseria e del distacco. Lontana da una visione utopica, la dimensione migratoria nella scrittura di Abate tende verso l’esaltazione del concetto di accoglienza. Mettendo l’accento sulla nuova identità del paese e sul riconoscimento del fenomeno migrazione non solo come un soffio poetico proprio per questo tipo di scrittura, ma come una vera dimensione esistenziale nuova per tutta la comunità, attraverso il vissuto dei migranti, qualunque sia il loro luogo di provenienza:

 

Comunque da quel giorno il nostro paese si è popolato di ventitré persone, comprese cinque donne incinte, provenienti da Iraq, Afghanistan, Eritrea, Etiopia, Togo, Gana, Niger, Pakistan, Palestina, Egitto. Quarantasei occhi curiosi e, malgrado tutto, sorridenti. […] I gruppi cambiano quando qualcuno diventa maggiorenne e lo trasferiscono altrove o parte per cercare lavoro in un’altra città del Nord. Uguale a noi e ai figli nostri. Grazie a loro le classi delle elementari sono aumentate di numero e una manciata di noi ha trovato lavoro come inserviente, cuoca, aiutante, insegnante d’italiano, e altri mestieri per lauriàti.32

 

L’arrivo dei migranti porta un soffio nuovo all’interno del paese. Nonostante le partenze verso Nord, prende forma una nuova e unica comunità, frutto del mescolarsi di attività sociali e lavorative. Sembra fondamentale per Abate riconoscere nel percorso di ogni nuovo migrante una traccia dei migranti che egli ha conosciuto durante la propria infanzia e la propria formazione, un “gruppo” sociale del quale ha poi anch’egli fatto parte.

Il progetto migratorio nella scrittura di Abate non viene più visto come una fatalità né per l’individuo né per la comunità d’origine, in quanto esso diviene una sorta di presa di coscienza della precarietà materiale della condizione umana legata al lavoro e alla dignità che scaturisce da questo. Creare un legame tra vecchi e nuovi migranti e, soprattutto, creare dei momenti o dei riti collettivi permette di sopperire a quella che l’etnologo Ernesto De Martino definiva la “crisi della presenza” che scaturisce dalla paura di perdere il proprio posto all’interno di un determinato momento storico. Il soggetto teme in effetti di essere privato del potere di autocontrollo sul proprio “io”, ad esempio in seguito proprio alla migrazione, da cui la sensazione di spaesamento, dovuta al distacco e alla perdita dei legami con la propria comunità. Ciò immerge il soggetto nell’impossibilità di essere in un mondo storicamente possibile. Siamo di fronte alla possibilità della fine di un mondo, in cui si crea una separazione, operata dall’esilio, tra il migrante e il paese, come comunità culturale, in cui la presenza costituisce la sola possibilità di azione su questo mondo familiare:

 

Presenza, esserci nel mondo, esserci nella storia sono espressioni equivalenti per designare la vitalità umana in atto di distinguersi dal vitale biologico e di aprirsi alla distinzione delle distinte potenze operative creatrici di cultura e di storia: l’utile, la vita morale, l’arte, il logos.33

 

Tuttavia per lo scrittore migrante, questa esperienza del distacco può costituire un’occasione fondamentale per la quale oltre ad arricchire la propria identità può avvenire, grazie al lavoro, un cambiamento fondamentale della propria condizione esistenziale presente e quindi anche futura. Il progetto migratorio è allora un obiettivo che coinvolge il migrante e la sua famiglia, in vista di una modificazione del proprio stato sociale. Alcuni scrittori italofoni come Amara Lakhous spiegano, all’interno dei loro romanzi, il legame esistente tra la migrazione degli individui e questa visione progettuale a lungo termine. Nel libro Divorzio all’islamica a viale Marconi 2010, l’autore di origini algerine svela, all’interno di una satira sociale, la sua visione dell’Italia contemporanea e dei suoi migranti, fornendo una visione critica degli integralismi relativi all’Islam inseriti nel contesto occidentale, specificatamente in quello italiano. Uno dei protagonisti, l’italiano Christian, sotto il falso nome Issa, perfettamente arabofono, si immerge nella realtà di Viale Marconi, quartiere ad alta densità di immigrati, vestendo gli abiti di uno di questi per un’inchiesta dei servizi segreti italiani. Entrerà così in contatto con precarietà, sfruttamento, solitudine e talvolta estremismo religioso, legati alla variegata comunità straniera che vive nel quartiere. Egli scoprirà lentamente le aspirazioni che muovono i soggetti nella ricerca di un lavoro e di un cambiamento per la loro sfera esistenziale. Il lettore si trova così nell’intimità dei personaggi che riflettono quella realtà progettuale citata prima:

 

Omar mi spiega una cosa importante: ogni immigrato che si rispetti ha un progetto migratorio. Prima di partire ha già pronto un programma con obbiettivi precisi da realizzare: la costruzione di una casa, il matrimonio, l’acquisto di un terreno, [...] Non è solo un poveraccio che ha bisogno di assistenza.34

 

Intorno all’evento della partenza si articola la vita di migliaia di individui. Una sorta di percorso ad ostacoli durante il quale appaiono delle prove da superare per accedere al cambiamento. L’autore utilizza lo “sguardo italiano” del protagonista per mettere in luce gli aspetti più difficili dell’esilio economico dei migranti e l’eventuale incomprensione da parte degli italiani di fronte al peso che questo progetto ha sulla loro vita. Lakhous ne descrive il lavoro instancabile, la venuta in Italia per guadagnare la maggior quantità di denaro possibile, i sacrifici che sono disposti a fare a discapito del proprio, benché necessario, riposo:

 

Al diavolo la privacy e il riposo! Continuo a pensare con la mia testa di italiano, non riesco a mettermi nei panni degli extracomunitari. Molti dei miei concittadini non capiscono perché i negozi degli immigrati sono aperti anche di domenica. Ma è una cosa normale. Qui in Italia ci vengono per lavorare, non per riposare. [...] Il paese di accoglienza diventa una sorta di fabbrica, dove si lavora e si accumulano quattrini.35

 

Raccontando del tipo di approccio al lavoro da parte dei migranti l’autore ci informa in sostanza della loro condizione lavorativa che pesa in questo caso su tutta la vita dell’individuo, su tutto ciò che riguarda la sfera personale e professionale, che non sono e non possono più essere separate in quanto strettamente connesse al fattore economico. Se ciò avviene già in altri contesti e per altri individui non toccati dal fenomeno migrazione, per i migranti ancora una volta la precarietà legata al lavoro acquista un peso più forte, quasi schiacciante.

La condizione attuale del migrante descritto nel romanzo di Lakhous riflette quell’insieme di precarietà e flessibilità che abbiamo esposto nella nostra analisi. Tuttavia, l’atteggiamento dei migranti-lavoratori esposto proprio da Lakhous fa riflettere sulla trasformazione dell’approccio al mondo del lavoro, diventato ormai in alcuni casi un mero rapporto economico con il paese di accoglienza. Possiamo pensare che un tale radicale approccio sia dovuto proprio alle difficili condizioni lavorative che il migrante, spesso in situazione di precarietà e di incertezza in ambito sociale quanto economico, deve adottare, un atteggiamento iperproduttivo che serve ad assicurarsi un posto in una società di consumo estremamente concorrenziale.

Confrontando la scrittura di alcuni autori come Abate con quella di Lakhous intravediamo una sorta di evoluzione negativa, una “corruzione” di quello stato iniziale del soggetto migrante. Uno stato sicuramente ideale ma possibile in ambito letterario, secondo il quale, oltre alla ricerca di stabilità lavorativa ed economica, esiste una dimensione esplorativa durante l’esperienza migratoria, dalla quale scaturisce un avvicinamento alla cultura altra; e in cui la rincorsa verso una condizione di arricchimento materiale non è la sola visione possibile dell’incontro tra soggetto e paese d’accoglienza. Basterebbe però avvicinarsi ai nostri mezzi di comunicazione per realizzare che la realtà non corrisponde a questa visione ideale contenuta in alcuni romanzi della migrazione. Come fare allora per provocare l’incontro in un tale contesto di insicurezza lavorativa dominato dalla richiesta costante di flessibilità geografica, economica e personale? Come fare a non lasciare che la parte umana di ogni lavoratore precario venga schiacciata e lui considerato uno “scarto” nell’era della globalizzazione? Come fare al contrario per salvaguardarla? Bisognerebbe affrontare forse queste questioni, anche in questo caso, in modo globale, inserendo come dato di fatto l’odierna migrazione, l’attuale spostamento di masse di popolazione da diverse parti del mondo e integrare questo dato all’interno delle politiche economiche di ogni paese, non solo di accoglienza. Forse soltanto affrontando il fenomeno migrazione come una reale riorganizzazione sociale si potranno vederne i benefici e affrontarne i limiti logistici ed economici. Dei passi vengono fatti da tempo: in effetti in Italia, soprattutto nelle grandi città, alcuni Centri per l’impiego, patrocinati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero dell’Interno, hanno creato degli sportelli dedicati agli immigrati con lo scopo di informare sulle opportunità lavorative e affrontare le questioni legate al lavoro, anche attraverso l’intervento di mediatori linguistici e interculturali che possono portare supporto attraverso servizi di consulenza, formazione e orientamento. Non sembra quindi utopico integrare nel discorso politico attuale, sociale e lavorativo, una visione a lungo raggio che prenda in reale considerazione ciò che Umberto Eco affermava già all’inizio degli anni ’90, cioè che: « le grandi migrazioni non si arrestano. Ci si prepara semplicemente a vivere una nuova stagione della cultura afroeuropea ».36

 

 

 

Bibliografia

 

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1 Sandro MEZZADRA, Brett NEILSON, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nol mondo globale, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 17, edizione originale: Borders as Method, or, The Multiplication of Labor, Durham Duke University Press, 2013, traduzione dall’inglese di Gigi Roggero.

2 Joost DE BLOOIS, Frans-Willem KORSTEN, Qu’aura été la précarité ? Futurs possibles d’un concept, in Silvia CONTARINI, Luca MASI (a cura di), Précariat. Pour une critique d’une société de la précarité, Presses Universitaires Paris Ouest, Nanterre, 2014, pp. 93-94.

3 Cfr. Interview à Laurence Parisot, Le Figaro, 30 août 2005.

4 David HARVEY, La crisi delle modernità, Milano, Il Saggiatore, 1997, p. 186.

5 Zygmunt BAUMAN, Vita liquida, Bari, Editori Laterza, 2006, p. 103.

6 Zygmunt BAUMAN, Amore liquido, Bari, Editori Laterza, 2004, p. 192.

7 Ibidem, p. 203.

8 Zygmunt BAUMAN, Vite di scarto, Bari, Editori Laterza, 2005, p. 120.

9 Franco CASSANO, Il pensiero meridiano [1996], Bari, Editori Laterza, 2007, p. 59.

10 Per precisare gli spazi letterari nei quali ci muoviamo, ci sembra importante definire in modo generale la letterature della migrazione, collocandola prima di tutto in un insieme di relazioni interculturali tra Europa e altre parti del mondo, partendo dalle parole di Armando Gnisci che la definisce come il manifestarsi di un’arte letteraria, e non solo letteraria, della migrazione mondiale. Essa indica la produzione letteraria di scrittori stranieri migranti i quali scelgono di esprimersi nella lingua del paese “ospitante”. Essa è talvolta, ma non sistematicamente, legata all’eredità coloniale, caso in cui può essere correlata ad un processo di acculturazione dei paesi sottomessi; ma questa può in ogni caso dar luogo a nuove forme di aggregazione culturale caratterizzate da interscambi tra identità differenti in un contesto sociale nazionale arricchito da nuove e importanti angolazioni.

11 Umberto ECO, La bustina di Minerva [1999], Milano, Tascabili Bompiani, 2004, p. 12.

12 Erri DE LUCA, Pianoterra, Macerata, Quodlibet, 1995. È utile specificare che Erri De Luca viene da noi considerato uno scrittore migrante per il suo percorso umano e letterario. Partito da Napoli a diciotto anni, De Luca intraprende un percorso lavorativo e militante di grande diversità e rilievo. Operaio, militante impegnato in azioni politiche e umanitarie, egli si sposta all’interno dello spazio Mediterraneo dal centro Europa all’Africa, trascrivendo in diverse opere le sue riflessioni sulla propria esperienza migratoria e lavorativa, oltre a romanzi di grande successo editoriale, i quali trattano l’argomento migrazione (Vedere: Tre cavalli 1999). Egli diviene secondo noi, dall’inizio degli anni ’90, attraverso le sue opere, un attento osservatore dei mutamenti sociali legati a lavoro e migrazione nella regione del Mediterraneo.

13 Ibidem, p. 23.

14 Ibidem, pp. 24-25.

15 Franco CASSANO, Il pensiero meridiano, op. cit. p. 55.

16 Notiamo attualmente la presenza di un’ulteriore problematica, quella del reclutamento di terroristi nei campi profughi che aggiunge, via la radicalizzazione dei più deboli, una pericolosa alternativa alla ricerca di un lavoro e un’ulteriore confusione circa la percezione della propria identità, inserita in una spirale di violenza e di esclusione.

17 Anselmo BOTTE, Mannaggia la miserìa, Roma, Ediesse, 2009.

18 Anselmo BOTTE, Graziemila. Eboli, San Nicola Varco: cronaca di uno sgombero, Roma, Ediesse, 2010.

19 Anselmo BOTTE, Rosso rosso, Roma, Ediesse, 2012.

20 Anselmo BOTTE, Mannaggia la miserìa, op. cit., p. 44.

21 Ibidem, pp. 45-48.

22 Ibidem, p. 35.

23 Ibidem.

24 Ibibem, pp. 77-78.

25 Richard SENNETT, L’uomo flessibile, Milano, Mondadori, 1999, p. 45.

26 Ibidem.

27 Ilaria POSSENTI, Flessibilità. Retoriche politiche di una condizione contemporanea, Verona, Ombre corte, 2012, p. 151.

28 Per quanto riguarda l’importanza legata ai luoghi e all’identità, tra altri temi trattati da Carmine Abate, vedere il saggio di Martine BOVO ROMOEUF, L’epopea di Hora. La scrittura migrante di Carmine Abate, Firenze, Franco Cesati Editore, 2008.

29 Carmine ABATE, Vivere per addizione e altri viaggi, Milano, Mondadori, 2010, pp. 141-142.

30 Ibidem, p. 146.

31 Ibidem, p. 130.

32 Ibidem, p. 135-136.

33 Ernesto DE MARTINO, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali [1977], Torino, Einaudi, 2002, p. 657.

34 Amara LAKHOUS, Divorzio all’islamica in Viale Marconi, Roma, Edizioni e/o, 2010, p. 57.

35 Ibidem, p. 49.

36 Umberto ECO, La bustina di Minerva [1999], op. cit., p. 12.

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