N°4 / Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

Paradigmi omologhi: Franco Fortini e l’antropologia della forza lavoro di un cinquantennio

Sergio Ferrarese
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Sergio Ferrarese

(College William & Mary Williamsburg, Virginia, USA)

 

Paradigmi omologhi:

Franco Fortini e l’antropologia 

della forza lavoro di un cinquantennio

 

Ci si domanda spesso che cosa stia succedendo nel mondo del lavoro italiano di oggi. Difficile raccapezzarsi in un universo fatto di migliaia di realtà assimilate nella macrocategoria del precariato. A tale proposito, sorge spontanea una domanda: perché la precarietà e l’endemico stato di disoccupazione confermano l’abitudine tutta italiana del non v’è nulla di più definitivo di ciò che è provvisorio in un paese che decreta nel primo e nel quarto articolo della sua carta costituzionale che il lavoro è un diritto? In realtà si sa che il lavoro viene da sempre, come afferma Marx, trattato alla stregua di «una merce come tutte le altre»1 e il quesito appena posto non può trovare una risposta soddisfacente nell’arengo della politica parlamentare dove, da un trentennio a questa parte, si pone la priorità dell’occupazione all’ordine del giorno, specialmente quando si è in clima elettorale, ma si finisce puntualmente per fare nulla facendo finta di fare l’impossibile. Del resto dalla fine degli anni ‘70 l’Italia è governata da politici che, sicuri di sé, ci propongono un novello miracolo italiano pari alla neotestamentaria moltiplicazione dei pani e dei pesci o una riforma del mondo del lavoro ammantata da una seducente espressione inglese, «Il jobsact», che precarizza ulteriormente il precariato e che cela, per dirla con Gramsci, le insidie delle tantissime rivoluzioni passive, imposte dall’alto, occorse nel nostro paese.

Credo, invece, che la riposta al quesito iniziale possa e debba venire dal basso, e dopo aver fatto un’analisi antropologica della composita forza lavoro contemporanea, specialmente nella sfera del lavoro cognitivo, e delle sue potenzialità di mutare radicalmente le proprie sorti. Ovviamente, è un compito ben più arduo e complesso di quello che mi propongo in questa sede. Tale analisi, tuttavia, non deve far ricorso a numeri e statistiche proposteci dall’Istat, filtrati dai mass media, perfetti e collaudatissimi strumenti impiegati per la produzione del consenso e per la manipolazione delle coscienze.2 Piuttosto, se proprio dal basso si vuole partire, per giungere ad abbozzare un profilo esauriente della forza lavoro dell’ultimo cinquantennio, penso che l’esempio fornito dal lavoro critico svolto da Franco Fortini, per conferire un carattere rivoluzionario, svincolato da ragioni di partito, tanto al proletariato di fabbrica quanto a quello degli intellettuali durante gli anni ‘60 e ‘70, rappresenti un punto ideale di partenza. Proprio in quei tumultuosi anni di rivoluzione dietro l’angolo, Fortini ha contribuito a gettare le basi per lo studio di una vera e propria antropologia della forza lavoro, illustrandone la sua trasformazione e il suo sfruttamento nelle fabbriche, nel contesto dell’industria culturale e infine nella società, arrivando a predirne la sua smaterializzazione nel contesto del capitalismo cognitivo. Nelle pagine che seguono, vedremo come le intenzioni di Fortini vadano ben oltre ragioni puramente teoriche. In molti dei suoi scritti, l’intellettuale dichiara apertamente che lo scontro per addivenire ad una soluzione dello sfruttamento capitalista debba avere una coscienza politica e una direzione rivoluzionaria pratica nella vita di tutti i giorni.

Procediamo con ordine, però, proponendo un iter ideale nel quale si articola la genealogia ideologica che conduce al pensiero di Fortini. Nel Quaderno 22, Gramsci stabilisce la corrispondenza tra il fordismo come sistema produttivo e l’americanismo quale ideologia del primo, affermando che l’egemonia, in un paese altamente industrializzato come gli Stati Uniti, «nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia».3 Una trentina d’anni dopo, si attesta sulla stessa linea di pensiero Mario Tronti, uno dei padri dell’operaismo italiano che nei suoi scritti asseriva che la fabbrica fosse un’istituzione che esercita il proprio dominio sulla società, penetrandone e informandone capillarmente ogni settore e anche le professioni intellettuali, che apparivano refrattarie alla ideologia produttivista, sono assimilate anch’esse alla condizione di categorie salariate.4 Scrive Tronti:

 

Quando la fabbrica si impadronisce dell’intera società – l’intera produzione sociale diventa produzione industriale – allora i tratti specifici della fabbrica si perdono dentro i tratti generali della società. Quando tutta la società viene ridotta a fabbrica – in quanto tale – sembra sparire. Il reale processo crescente di proletarizzazione si presenta come processo formale di terziarizzazione.5

 

 

Tale tesi, esposta in Operai e capitale e nel saggio La fabbrica e la società, viene pubblicata su Classe operaia nel 1962, anno cruciale per il movimento operaio che, dopo i fatti di Piazza Statuto, andava assumendo delle caratteristiche che attrassero immediatamente l’attenzione di molti intellettuali di sinistra, impegnati a ridefinire e riorganizzare un nuovo soggetto rivoluzionario autonomo, contrapposto al ciclo di ristrutturazione capitalista. Spiega Tronti:

 

Quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, cioè quanto più penetra e si estende la produzione di plusvalore relativo, tanto più necessariamente si conchiude il circolo produzione-distribuzione-scambio-consumo, tanto più, cioè, si fa organico il rapporto tra produzione capitalistica e società borghese, tra fabbrica e società, tra società e Stato. Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un’articolazione della produzione, cioè, tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo sulla società.6 

 

Appare dunque innegabile che tanto Gramsci, che dal carcere tra gli anni ‘20 e ‘30 forniva un’analisi profetica del fenomeno fordista e i suoi risvolti sulla società, quanto Tronti, che andava elaborando teorie volte a smascherare le debolezze e contraddizioni del neocapitalismo, ponendo l’operaio in una posizione di dominio sul (e autonomia dal) capitale, abbiano entrambi individuato nella compenetrazione tra fabbrica e società uno dei punti nodali della modernità e dell’uniformazione delle varie categorie lavorative al proletariato.

E a proposito di tale nesso tra industria e società, Franco Fortini è sicuramente uno tra gli intellettuali che maggiormente hanno fatto tesoro del patrimonio teorico di cui si è fatta menzione poc’anzi, mettendo a nudo il processo di omologazione che investe le produzioni industriale, culturale e sociale per cui, per citare ancora Tronti: «quando tutta la società viene ridotta a fabbrica, la fabbrica - in quanto tale - sembra sparire».7 Nella sua critica confluiscono, com’è noto, non solo le tesi di Adorno e Horkheimer esposte nella Dialettica dell’illuminismo, ma anche, e forse questo è meno noto, alcune delle idee cardine dell’operaismo.8 Marxista militante, eterodosso e eretico, che non si fossilizzò mai su una pozione critica, e insofferente a suonare il piffero della rivoluzione, Fortini ha dissezionato le strutture che fanno dell’industria fordista uno strumento formidabile di controllo e una macchina ancor più formidabile del consenso, in particolare quando questa assorbe in sé e strumentalizza, mercificandolo, il lavoro culturale. Fortini testimonia nella sua infaticabile attività saggistica e di poeta il progressivo estendersi della condizione operaia alla categoria degli intellettuali. Il riferimento all’espressione «condizione operaia» è dovuto e non certo casuale; Fortini, infatti, apprese per la prima volta nel dettaglio della durezza del lavoro fisico, della ripetitività inebetente della catena di montaggio e della disumanizzazione intrinseca all’organizzazione fordista del lavoro, traducendo nel 1951 la Condizione operaia di Simone Weil. Di certo Fortini non condivise di quest’opera lo spirito profondamente cattolico che fa degli operai un’entità passiva e proclive al martirio (questo fu anche uno dei motivi per cui l’opera della Weil fu stroncata dalla rivista operaista Classe operaia e dai vertici del PCI). Tuttavia, in questo libro, che testimonia la vicenda personale della Weil, operaia per un anno presso le officine Altshom di Parigi, si può rintracciare un primo tentativo di definizione di un’antropologia della forza lavoro nel Novecento, documentato con minuzia di particolari psicologici. È indubbio, come ricorda lo stesso Fortini, sulla scia del Marx dei Manoscritti economico filosofici del 1844, che questa definizione dei rapporti umani all’interno della macchina produttiva, che può essere intesa come uno studio antropologico della forza lavoro nell’Italia del “Boom economico”, gli è servita per comprendere ulteriormente il legame tra fabbrica e società.9 Scrive l’intellettuale italiano, riflettendo sulla lezione della Weil, ad anni di distanza dalla traduzione della Condizione operaia: «Oggi […] so a quale prezzo una parte del lavoro ripetitivo è stato sostituito con un’altra specie di lavoro ripetitivo, in quale parte della materia grigia della società, ossia la storia che gli uomini fanno con se stessi, compie i suoi furti incessanti di realtà e vita».10 E nel 1947, dopo essersi recato a Napoli per far visita ad una fabbrica, Fortini scriverà, rimproverandosi di non aver ancora visto di persona la durezza del lavoro industriale:

 

Vergogna per aver aspettato tanto per sapere cosa sia il lavoro di fabbrica. […] Per nove ore al giorno quegli uomini e quelle donne non esistevano, mani deformi, corpi umiliati. Chi parla della bellezza del lavoro? Il lavoro alla macchina è come uno sfregio. […] Mi è stato detto che, forse, solo il cinque per cento degli operai è a conoscenza del ciclo produttivo […] Liberare il lavoro? Siamo giunti a tal punto che liberare il lavoro significhi unicamente liberarlo dallo sfruttamento privato.11 

 

Indubbiamente la lezione della tradizione marxista, abbinata ad una conoscenza diretta del mondo industriale degli anni ‘60 (ricordiamo che Fortini, assunto da Adriano Olivetti, collaborò con l’ufficio pubblicitario dell’industria eporediese) contribuiscono insieme alla lezione di Simone Weil a delineare un’antropologia della forza lavoro. Scrive in merito Fortini che l’operaio di fabbrica è:

 

prodotto della relazione che egli ha con la sua fresa, dal complesso di movimenti pause, sforzi, tempi, orari che lo legano a quella macchina; e dal luogo che egli occupa nell’officina, dall’inserirsi dei pezzi che egli fabbrica nel prodotto compiuto, e su questo particolare rapporto si fondano i rapporti che corrono poi tra l’operaio e il suo compagno, fra questi e il caposala, il teorico i dirigenti, la vita fuori dalla fabbrica.12

 

Fortini sembra sottoscrivere la visione negativa della Weil nei confronti del fordismo, riassunta nella frase: «le cose fanno parte degli uomini e gli uomini fanno parte delle cose: questa è la vera radice del male»,13 ma la ribalta, rintracciando nelle cose, nelle macchine, negli oggetti prodotti, la matrice e l’identità dell’uomo:

 

Perché allora oscurare la radice umana degli oggetti? Fossero sensibili alle citazioni di Marx, potrei rammentare ad alcuni amici la Terza glossa a Feuerbach, dove le conseguenze illuministiche e paternalistiche di quell’errore sono già previste fino alle moderne crociate degli architetti e dei designers e alle angosce sociologiche di chi atterrito denuncia l’uomo contemporaneo immerso in una fanghiglia di merci, pur di non dover rammentare che ne è premessa la condizione di merce dell’uomo stesso.14

 

Fortini insiste sul fatto che la relazione tra uomo e macchina debba intendersi come un rapporto tra esseri umani poiché «quella macchina è stata costruita da altri uomini e per un determinato fine; è storia e cultura».15 I lavoratori di fabbrica, ancora prima di entrare a contatto con le macchine, sono essi stessi «storia e cultura».16 Il complesso universo dell’industria fordista, basato su macchinari sempre più sofisticati, tempi stretti, orari e turni, per citare ancora Fortini, «è intriso di rapporti di produzione, cioè di rapporti umani».17 L’insistenza sul fattore umano e sulle relazioni tra persone nel lavoro industriale sono al centro dell’analisi della forza lavoro da parte di Fortini negli anni in cui il fordismo delle fabbriche italiane raggiunge un livello insopportabile di sfruttamento per gli operai alla catena di montaggio. Per Fortini «la contemplazione affascinata di una condizione operaia tutta vista nel rapporto uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nell’“oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico».18

In questi passi riportati, Fortini fa una radiografia precisa della forza lavoro, mettendone in rilievo la sua doppia natura, non solo come riduzione a merce della potenzialità psicofisiche umane da parte del capitalismo, ma anche come soggetto prodotto, soprattutto quando si intendono i rapporti di produzione strettamente controllati da norme volte a disciplinare il comportamento dell’operaio.

 

Non mi stupisco più quando, chiedendo ad un operaio, che per otto ore al giorno è solo nel moto meccanico del suo braccio teso a nutrire la pressa o il trapano di identici pezzi, se non preferirebbe invece di quello un lavoro più impegnativo, capace di concentrare maggiormente la sua attenzione, mi sento rispondere di no; o quando certi amici miei, animati da ottime intenzioni, si dibattono contro le difficoltà insormontabili dell’attività culturale entro l’ambito delle fabbriche, e nemmeno quando mi avviene di udire […] le tristissime voci dell’operaio giubilato, o dell’operaia che da quarant’anni «serve l’azienda», dichiarare che la loro massima felicità sarebbe quella di potere continuare a lavorare come han sempre fatto e che la loro riconoscenza per i datori di lavoro cesserà solo con la morte. Come stupirsene se è vero che la maggior vittoria nel fare adottare al vinto il proprio codice morale; se è vero che - ed è quanto testimonia la Weil nel suo libro - l‘unica possibilità di fuga di fronte all’assurdo del lavoro non qualificato è nel non-pensiero, nella non decisione, insomma nella minore, non nella maggiore umanità?19 

 

Il potere si manifesta (ecco l’aspetto dell’egemonia della fabbrica sulla società cui abbiamo accennato dinanzi), nella normalizzazione della forza lavoro, nell’abilità di controllare gli individui, studiandone gli atteggiamenti che costellano la loro esistenza al fine di disciplinare ogni singolo comportamento, e, come afferma puntualmente Foucault: «moltiplicare le loro capacità, come collocarli nel posto in cui saranno più utili».20

Di questa duplice natura della forza lavoro, il filosofo Pierre Macherey, in un saggio molto illuminante, Il soggetto produttivo, che evidenzia i livelli concettuali di intersezione tra l’ideologia di Marx e il biopotere di Foucault, ha rilevato acutamente come il sistema fordista crei l’essenza umana, attribuendo a questa, al fine di sfruttarla, un potenziale produttivo. La finalità delle regole, la razionalizzazione del ciclo produttivo raggiungono l’obiettivo di disciplinare i corpi e le menti che costituiscono la forza lavoro. Macherey, inoltre, sottolinea come l’analisi economica della forza lavoro proposta da Marx, per quanto fondamentale, non tenga conto della gestione delle vite, dei corpi e delle loro potenzialità attuata dal capitalismo novecentesco che dissolve «l’opposizione tra necessità e libertà».21 Nota Macherey:

 

In effetti, perché la cosa funzioni […] è necessario che la relazione che essa mette in gioco abbia cessato di assumere la forma di potere sovrastante, la cui autorità consiste nella esecuzione di un ordine esterno, rivestendo, in tal modo, il carattere di un vincolo formale, la cui azione sarebbe innanzitutto repressiva e negativa. Al contrario […] è necessario che l’intervento normalizzatore, invece di presentarsi come ordine caduto dal cielo, corrisponda più strettamente alla realtà vivente, alla «forza lavoro» come «forza produttiva» - sulla quale esso cerca di esercitare la propria presa - e che gli riesca di penetrarla in profondità, di possederla nel suo stesso essere.22

 

Il commento di Macherey alle tesi di Foucault risulta essere particolarmente significativo per porre in evidenza il cambiamento del punto di vista di Fortini sulla forza lavoro concepita come classe, cioè come interazione di diverse individualità che aspirano ad ottenere una maggiore consapevolezza collettiva, disalienandosi per riappropriarsi della loro soggettività tramite la socializzazione del ruolo specifico del loro lavoro e dei loro bisogni. In altre parole, Fortini, negli anni che precedono il Sessantotto, alla vigilia del secondo Boom economico, propone una soluzione al problema della subordinazione della forza lavoro, prima di quella industriale e poi di quella intellettuale, al capitale che si rifà esplicitamente alle tesi dei Quaderni rossi. Sergio Bologna, a questo proposito, ha ravvisato nella più celebre rivista dell’operaismo il luogo in cui «si teorizzava il problema fondamentale di allora (ed ancora oggi) era quello di costruire la soggettività sociologica culturale della classe operaia, prima di poter immaginare di parlare di un qualsivoglia progetto politico».23 Sempre secondo Bologna, Fortini esorta a studiare il fenomeno della condizione operaia mediante un’esperienza diretta della vita di fabbrica, a contatto con gli operai, che faccia tesoro di un’osservazione oggettiva della realtà, evitando pertanto generalizzazioni quali, «comitati operai, controllo operaio».24 Fortini invita a «capire il mondo intorno a sé è anche occuparsi di industria, fabbriche, operai, lotte sindacali e politiche. È agirvi dentro». 25 Lo stesso atteggiamento empirico deve essere adottato nel verificare lo spostamento del paradigma del lavoratore di fabbrica alla condizione dell’intellettuale che si sta ormai conformando alla produzione in serie della cultura e all’adeguamento della propria creatività alle leggi del mercato di massa. Aggiunge Bologna:

 

Il discorso sulle funzioni dell’intellettuale è fatto con la stessa terminologia sociologica impiegata per l’analisi delle mansioni operaie: un operaio addetto alle presse oppure un operaio addetto alla catena di montaggio. Il primo ha certe caratteristiche di qualificazione, il secondo non ha queste caratteristiche. La mansione determina le caratteristiche intrinseche dello skill e della funzione sociale dentro il meccanismo di produzione.26

 

In questa prospettiva Fortini attinge a piene mani dalle teorie operaiste incanalandole nell’alveo della teoria critica di Adorno e sostiene che l’intellettuale debba adoperarsi affinché l’estro e la creatività dell’attività culturale non siano intaccate dai meccanismi di serializzazione e reificazione presenti nel processo distributivo dell’industria culturale. Per illustrare meglio questo punto, vorrei citare Paolo Virno che ha colto nel segno quando parla di industria culturale in termini di un sistema complesso che ha assorbito la logica dello sfruttamento e del profitto tipiche dell’industria tradizionale:

 

La mia ipotesi è che l’industria della comunicazione (o meglio […] l’industria culturale) è un’industria tra le altre, con le sue specifiche tecniche, […] ma che, per altro verso, essa adempie anche il ruolo di industria dei mezzi di produzione. Tradizionalmente, l’industria dei mezzi di produzione è l’industria che produce macchine e altri strumenti, da impiegare poi in più diversi settori produttivi. Tuttavia in una situazione in cui gli strumenti di produzione non si riducono a macchine, ma consistono in competenze linguistico-cognitive inscindibili dal lavoro vivo, è lecito ritenere che una parte cospicua dei cosiddetti «mezzi di produzione» consista in tecniche e procedure comunicative. Ebbene, dove sono forgiate queste tecniche e queste procedure, se non nell’industria culturale? L’industria culturale produce […] le procedure comunicative, che sono poi destinate a fungere da mezzi di produzione anche nei settori più tradizionali dell’economia contemporanea.27

 

Fortini ha compreso che il ruolo del lavoro cognitivo rimane centrale nella produzione culturale di massa, in particolare nel fornire, come dice Virno, «i mezzi di produzione» della nuova industria cognitiva. Riallacciandosi ai Quaderni Rossi, Fortini diviene promotore, come ha notato acutamente Daniele Balicco, della figura dell’intellettuale massa, che parimenti all’operaio massa, crea nella ma non al servizio dell’industria, contestandone l’egemonia, per mezzo di uno scontro politico ideologico. A questo proposito ha notato Balicco:

 

Se da un lato il ruolo intellettuale cade ormai definitivamente sotto il «piano del capitale», e dall’altro non è più possibile alcuna alleanza con le istituzioni del capitalismo storico, l’unica soluzione praticabile resta l’autogestione diretta […] del mandato sociale da parte del nuovo intellettuale-massa.28

 

Il lavoro di critica militante di Fortini dunque documenta, testimonia e, allo stesso tempo, contrasta l’estendersi inesorabile dei principi e delle norme che regolano la produzione industriale neocapitalista alla sfera intellettuale e la progressiva determinazione della soggettività della forza lavoro costituita da letterati, filosofi, scienziati e artisti, privata del proprio mandato sociale. Il potere omogeneizzante e omologante della produzione capitalista ha reso l’essenza della professione intellettuale per certi versi identica se non maggiormente proletaria di quella operaia. Scrive Fortini, che, per molti versi, con queste parole anticipa la situazione del mondo del lavoro nei paesi dove il capitalismo cognitivo si è affermato:

 

La descrizione marxista del proletariato si applica oggi, probabilmente, meno al salariato operaio che alla nuova sterminata piccola borghesia del Terziario, sfruttata nel tempo libero, alienata nell’industria culturale, atomizzata in una totale impotenza non solo politica ma anche tecnica, in quanto gli strumenti e i metodi di controllo (dei consumi) escogitati dall’industria e dalla sociologia asservita all’industria controllano o controlleranno gli stessi controllori.29

 

Alla settorializzazione dell’industria per campi di competenza specifica, corrisponde una tecnicizzazione degli intellettuali totalmente assimilati all’ideologia dominante tramite le tecniche di controllo di cui s’è fatta menzione in precedenza. Scrive ancora Fortini:

 

Tutta la nuova generazione d’intellettuali trova o troverà opportunità di lavoro all’interno delle istituzioni culturali pubbliche o private (dall’insegnante, allo scrittore, dal biologo al regista) ma sempre in quanto tecnici: le prospettive non saranno loro a determinarle […]. Assoluto il potere dei datori di lavoro privati (banca, industrie maggiori, editoria, ecc.). L’ideologia della specializzazione-competenza serve a mascherare questa impossibilità di vere scelte-decisioni.30

 

In un simile contesto, il potere neocapitalista mette in atto una duplice politica che nega strategicamente, da un lato, «il mandarinismo» intellettuale al fine di sussumere, dall’altro lato, nella sua totalità indifferenziata la forza lavoro cognitiva. L’obliterazione della funzione «sacerdotale» degli intellettuali, voluta dall’alto, può e deve essere contrastata, seguendo un percorso antitetico a quello additato ufficialmente dal capitalismo, «cioè riaffermando l’esistenza e l’insostituibilità della funzione intellettuale nell’atto stesso in cui si nega il ruolo dei portatori specializzati di quella funzione, ossia degli intellettuali».31 L’ideologia della specializzazione, secondo Fortini, nasconde il disegno del occulto capitale di sfruttare il lavoro vivo derivante da un innalzamento del livello culturale della popolazione vendendo così incontro, tramite l’azione mediatrice dello Stato, alle richieste dei movimenti di massa che hanno caratterizzato il Sessantotto italiano. Quindi, se da un lato, la retorica inneggia ad una ripartizione democratica del sapere in nome del progresso, dall’altro lato, il capitalismo subdolamente promuove, «la scuola per tutti, ma perché tutti […] possano essere consegnati alla selezione extrascolastica e al sottoimpiego nella produzione».32

Quest’ultima osservazione di Fortini evidenzia piuttosto chiaramente la direzione che il capitalismo seguirà a cominciare dai primi anni ‘70. Proprio nel periodo immediatamente successivo all’“Autunno caldo”, il capitalismo avviava infatti la sua ristrutturazione, ridefinendo in maniera funzionale all’estrazione di plusvalore, l’essenza della forza lavoro. Di quest’ultima il capitale aveva individuato, assorbendo inesorabilmente in sé, tutte le potenzialità produttive di un’intellettualità allargata e diffusa nella società in grado di generare conoscenza. Quella che per Marx nel celebre Frammento sulle macchine dei Grundrisse avrebbe dovuto rappresentare, con l’avvento della tecnologia, la liberazione dell’uomo dal lavoro di fabbrica e la susseguente affermazione di una crescente intellettualizzazione di massa, negli ultimi cinquant’anni è stata aggiogata dal capitalismo che ne ha saputo sfruttare tutte le risorse produttive. Il General intellect di Marx, che doveva spianare la strada al comunismo, mediante la condivisione sociale del sapere, ha, per converso, costituito un bacino di sfruttamento inesauribile, un nuovo soggetto prodotto e produttivo per il capitale che ha sottomesso al proprio controllo la forza lavoro cognitiva. Antonio Negri e Carlo Vercellone, studiando la genesi di tale fenomeno, affermano:

 

Con il concetto di capitalismo cognitivo designiamo allora un sistema di accumulazione nel quale il valore produttivo del lavoro intellettuale e immateriale diviene dominante e dove l’asse centrale della valorizzazione del capitale porta direttamente sull’ espropriazione attraverso la rendita del comune e sulla trasformazione della conoscenza in una merce.33

 

L’esattezza della definizione di Negri e Vercellone sembra essere inconfutabile, soprattutto quando sembra implicare una svalutazione e de-soggettivizzazione della creatività tramite la mercificazione e standardizzazione della conoscenza. Tuttavia tale definizione postula l’assoluta autonomia dal capitalismo del drukeriano knowledge worker, nella rete telematica che ha iniziato a svilupparsi alla fine degli anni ‘70. Secondo i due filosofi il cambiamento occorso alla forza lavoro «non può essere spiegato sulla base di un determinismo tecnologico fondato sul ruolo motore delle tecnologie della informazione e della comunicazione (TIC)».34 Al contrario, l’elemento umano è il punto di partenza di questa complessa rete informatica globale:

 

Queste teorie dimenticano infatti due elementi essenziali: le TIC non possono funzionare correttamente se non grazie ad un sapere vivo capace di mobilizzarle, poiché è la conoscenza che governa il trattamento dell’informazione—informazione che sarebbe altrimenti una risorsa sterile, come lo è il capitale senza lavoro. La forza creatrice principale della rivoluzione delle TIC non proviene dunque da una dinamica spinta dal capitale. Essa riposa sulla costituzione di reti sociali di cooperazione del lavoro portatrici di un’organizzazione alternativa tanto all’impresa quanto al mercato come forme di coordinazione della produzione.35

 

Sebbene l’intenzione dei due filosofi sia quella di proporre il potenziale rivoluzionario della nuova composizione della forza lavoro intellettuale del giorno d’oggi, attraverso una presa di coscienza delle capacità di autogestione del soggetto produttivo, non si può non fare a meno di constatare che la rete informatica, posseduta e gestita dal capitale, non faccia altro che riproporre i paradigmi taylorista e fordista questa volta estesisi a tutto il mondo. Il lavoro cognitivo viene controllato attraverso una sapiente manipolazione del processo di trasmissione della conoscenza, facendo una selezione, da un lato, dei dati del sapere che non possono essere diffusi su larga scala e, dall’altro lato, inducendo processi di specializzazione, quegli stessi processi cui alludeva Fortini un cinquantennio fa.

La soluzione proposta da Fortini al pressante problema dell’omologazione del lavoro intellettuale a quello taylorista-fordista esteso alla società risiede nel [�] riqualificare la funzione e ridefinire il ruolo sociale della professionalità intellettuale. Non si deve fraintendere la riproposizione del valore sociale della forza lavoro cognitiva come un ritorno al passato del mandarinismo intellettuale. Ci si può riappropriare della propria identità a patto che si comprenda come l’egemonia del sistema capitalista operi sulla coscienza del lavoratore cognitivo. È possibile insomma strappare al controllo della pianificazione capitalista la propria soggettività produttiva se si riesce a comprendere l’inganno che fa credere ai lavoratori della conoscenza, sfruttati nell’industria culturale di Fortini come nel quaternario di oggi, che essi possono esercitare la loro creatività, il proprio potere decisionale sui loro prodotti, sfuggendo all’espropriazione della loro forza lavoro. Come puntualizza Fortini: «L’intellettuale non ravvisa nel suo processo la proiezione del potere che il capitale esercita su di lui, ma un’immagine con la quale identificarsi».36 Una volta eliminata la falsa coscienza, il compito dell’intellettuale fortiniano si traduce in un’opera di demistificazione dell’ideologia dominante. La scelta della strada da percorrere deve portare ad una «soluzione radicale che non corrisponde più a quella tradizionale tra riformismo e rivoluzione».37 Prosegue Fortini:

 

La scelta è fra (1) una prospettiva di omogeneizzazione progressiva del corpo sociale (e delle varie parti di ogni individuo entro se stesso) nel senso della società̀ di benessere, eterodiretta e pseudodemocratica, scientista e buro-tecnocratica e (2) una prospettiva di massimo intervento attivo sui destini e sulle scelte, tramite la collettivizzazione degli strumenti capitalistici di produzione e di scambio e la loro gestione attraverso forme di rappresentanza diversa da quelle della tradizione parlamentare; dunque attraverso il socialismo-comunismo; e, al presente, attraverso la lotta contro la omogeneizzazione e pianificazione riformistica, insomma attraverso l’identificazione e lo sviluppo delle reali e massime antitesi sociali, oggi occultate […].38

 

Il messaggio del quale si fa latore il Fortini della Lettera agli amici di Piacenza, il documento politico più significativo della critica dell’intellettuale italiano risulta alquanto significativo anche per i lavoratori cognitivi di oggi in cerca non solo di una soggettività autodeterminata ma di un’identità politica coerente. Vorrei concludere con le parole profetiche di Fortini che, prendendo atto del potere del processo di razionalizzazione che ha investito l’industria culturale e i mass media a cominciare dagli anni ’60, preconizza anche la nostra epoca, allineandosi per certi versi con la risposta al capitalismo globalizzato del soggetto del General intellect moltitudinario, teorizzato da Antonio Negri e Paolo Virno. Scrive Fortini:

 

Programmi controllati dal centro, programmi decentrati: un solo emittente molti ricevitori; ogni ricevitore è anche un potenziale emittente, immobilizzo degli individui isolati, mobilitazione delle masse; comportamento passivo degli utenti, interazione fra gli utenti – «feedback»; depoliticizzazione, processo di approfondimento politico, produzione da parte degli specialisti, produzione collettiva, controllo da parte dei proprietari della burocrazia, controllo sociale e autoorganizzazione. 39

 

In queste parole si può ritrovare il senso della battaglia condotta da Fortini contro la produzione della forza lavoro nelle diverse fasi del capitalismo, inclusa quella attuale; una battaglia il cui successo viene determinato dalla capacità di tutti coloro che sono sfruttati di riappropriarsi della loro autonomia, opponendosi sistematicamente a quanto viene imposto loro dall’alto.

 

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PICCONE-STELLA Simonetta , Intellettuali e capitale nella società italiana del dopoguerra, Bari, De Donato, 1972, p. 186.

VIRNO Paolo, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, Roma, DeriveApprodi, 2014, p. 37.

 

 

1 Karl MARX, Salario, prezzo e profitto, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1865/salpp.htm. Visitato il 12 dicembre, 2016. Si veda anche Karl MARX, Il capitale [1867], Roma, Editori Riuniti, 1964, Vol. I, pp. 200-204.

2 Theodor W. ADORNO e Max HORKHEIMER, L’eclisse della ragione [1946], Torino, Einaudi, 1966, pp.126-81.

3 Antonio GRAMSCI. Quaderni dal carcere [1948-1951], Torino, Einaudi, 1977, Vol. 3, pp. 2416.

4 Si veda Cristina CORRADI, Storia dei marxismi in Italia, Roma, Manifesto libri, 2011, p. 163.

5 Mario TRONTI, Operai e Capitale [1966], Roma, DeriveApprodi, 2006, p. 49.

6 Ivi, p. 51.

7 Ivi, p. 52.

8 Si rimanda all’ottimo lavoro di Daniele Balicco, Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico, Roma, Manifesto libri, 2006.

9 In Franco FORTINI, Verifica dei poteri [1965], ora in Saggi ed epigrammi, Milano, Mondadori, 2003, pp. 44-45.

10 Franco FORTINI, Un giorno o l’altro, a cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, Introduzione di Romano Luperini, Macerata, Quodlibet, 2007, p. 33.

11 Franco FORTINI, Diario di un giovane borghese intellettuale [1947], ora in Saggi ed epigrammi, p. 1260.

12 Franco FORTINI. Dieci inverni 1947-57. Contributi ad un discorso socialista [1957], Milano, Feltrinelli, p. 125.

13 Simone WEIL, La condizione operaia [1951], Milano, SE, 1994, p. 206.

14 Franco FORTINI, Verifica dei poteri, op. cit., p. 45.

15 Fortini, Dieci inverni, op. cit., p. 150.

16 Ibidem.

17 Ibidem.

18 Secondo Fortini la dialettica macchina uomo è un falso problema poiché in generale si tratta di una fascinazione da parte di molti intellettuali nei confronti della tecnologia vista in una prospettiva marxista antiquata quale possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Si veda Franco FORTINI, Verifica dei poteri, op. cit., p. 44. Fortini non ha dubbio sul fatto che chiunque veda la realtà del lavoro in tale prospettiva continui a subordinare i bisogni reali dell’operaio alla produzione.

19 «La vecchiaia difficile», in Civiltà delle macchine [1953], ora in L’anima meccanica, a cura di Giuseppe Lupo e Gianni Lacorazza, Roma, Avagliano Editore, 2008, pp. 62-63.

20 Michel FOUCAULT, Archivio Foucault, n. 3, «Le maglie del potere, 1981», Milano, Feltrinelli, p. 162.

21 Pierre MACHEREY, Il soggetto produttivo, Verona, Ombre Corte, 2013, p. 49.

22 Ibidem.

23 Sergio BOLOGNA, «Industria e cultura» in Saggi su Franco Fortini: «Uomini usciti di pianto in ragione», Roma, Manifestolibri, 1996, p. 20. Per un approfondimento sull’interazione e consimilità dell’operaismo e la biopolitica negli anni ’60 si veda Toni Negri «Alle origini del biolopolitico. Un seminario», http://www.uninomade.org, visitato il 2 febbraio, 2017.

24 Ivi, p. 21.

25 Franco FORTINI, Verifica dei poteri, op. cit., p. 67.

26 Sergio BOLOGNA, op. cit., p. 21.

27 Paolo VIRNO, Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee, Roma, DeriveApprodi, 2014, p. 37.

28 Daniele BALICCO, op. cit., p. 127.

29 Franco FORTINI, Lettera agli amici di Piacenza, in L’ospite ingrato. Testi e note per versi ironici, Bari, De Donato, 1966, p. 94.

30 Ivi, p. 89.

31 Franco FORTINI, Questioni di Frontiera. Scritti di politica e letteratura1965-1977, Torino, Einaudi, 1977, p. 71.

32 Franco FORTINI, Contro l’industria culturale, Bologna, Guaraldi editore, 1971, p. 113.

33 Antonio NEGRI, Carlo VERCELLONE, Il rapporto capitale/lavoro nel capitalismo cognitivo, p. 2, consultabile online https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-00264147. Visitato il 7 maggio, 2016.

34 Ibidem.

35 Ibidem.

36 Simonetta PICCONE-STELLA, Intellettuali e capitale nella società italiana del dopoguerra, Bari, De Donato, 1972, p. 186.

37 Franco FORTINI, Lettera agli amici di Piacenza, p. 90.

38 Ibidem.

39 Franco FORTNI, Contro l’industria culturale, p. 82-83. Citato anche da Sergio BOLOGNA, op. cit., p.27.

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