N°4 / Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

Tra Storia e Letteratura: alcune riflessioni sulla rappresentazione della vita mineraria in Sardegna

Carola Ludovica Farci
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Carola Ludovica Farci

(Università di Padova)

 

Tra Storia e Letteratura:

alcune riflessioni sulla rappresentazione della vita mineraria in Sardegna

 

 

1. La miniera tra contesto storico, sociale, letterario

Come è noto, la storia della letteratura sarda trova in Nuoro e nella Barbagia un’ambientazione privilegiata.1 Basti qui ricordare il rapido resoconto che ne fa Marcello Fois quando, in In Sardegna non c’è il mare, sostiene: «la Sardegna letteraria è diventata più piccola della Sardegna geografica. C’è la Sardegna-Sardegna, il resto è abitato da turisti, sardi senza pedigree».2 La connotazione barbaricina ha come conseguenza non solo la predisposizione a raccontare più Nuoro rispetto agli altri grandi e piccoli centri, ma anche una determinata realtà sociale. Dice Gigliola Sulis che, «a partire dal modello deleddiano, il romanzo sardo è ambientato di preferenza nelle zone montuose dell’interno, o comunque in aree rurali e agropastorali, mentre le coste, le zone minerarie o a carattere industriale e le realtà urbane hanno minore rilevanza».3

Le pagine che seguono vogliono focalizzarsi proprio su quelle “zone minerarie” che sono state prevalentemente escluse dalla rappresentazione letteraria. Infatti, sebbene, come dice la Sulis, le miniere non abbiano costituito una tendenza prevalente nel panorama letterario isolano, hanno invece avuto ripercussioni di notevole importanza dal punto di vista storico e sociale.

La miniera ha infatti giocato nel contesto sardo un ruolo di primissimo piano, tanto da portare Manlio Brigaglia ad affermare che «[il mondo delle miniere è] a cominciare dalla fine dell’Ottocento e sino agli anni Settanta, il simbolo stesso della modernità e della tecnologia e, insieme, della capacità produttiva della Sardegna».5 Ovviamente la storia mineraria in Sardegna è ben più antica,6 ma è a partire dal 1848, anno dell’estensione all’isola della legge sabauda sulla proprietà di suolo e di sottosuolo, che si ha una svolta.7

Non è difficile trovare traccia della storia mineraria sarda, a cui sono dedicati numerosissimi volumi8 e materiale web,9 ma il punto di riferimento principale rimane il lavoro di Quintino Sella Sulle condizioni dell’industria mineraria nell’isola di Sardegna. Al parlamentare, in quanto componente della Commissione d’Inchiesta sulle condizioni della Sardegna, era infatti stata richiesta una relazione sull’industria mineraria isolana dell’epoca, che vedrà la luce nel 1871 scatenando un importante dibattito. In quegli anni erano state rilasciate molteplici concessioni d’estrazione a capitalisti stranieri che avevano attirato nell’isola numerosi investimenti,10 tanto che «la produzione mineraria sarda passa da un valore di 3 milioni di lire del 1861 a 13 milioni e mezzo del 1869»,11 con forte incremento della forza lavoro che «dai circa 3.000 minatori del 1859 (4.000 nel 1861) […] passa dopo dieci anni, al tempo dell’inchiesta di Sella, a circa 9.000. Due terzi degli addetti sono sardi».12

È dunque lecito chiedersi come mai, se, come suggeriscono i dati, il mondo minerario era così importante, il suo ruolo letterario sia stato così esiguo. La risposta la fornisce Brigaglia quando afferma che c’erano fin dall’Ottocento altri luoghi minerari sparsi per l’isola, da Canaglie e l’Argentiera sino a Lula, Orani, Guzzurra, Villassalto: ma la forza e l’importanza stessa del distretto sud-occidentale lo faceva assumere come rappresentativo di tutto un intero settore dell’economia “coloniale” (di una delle tante economie coloniali) dell’isola. Quella concentrazione, dicevo, ha prodotto nella storia della Sardegna un duplice effetto, poco meno che un paradosso: da una parte i sardi si sentivano orgogliosi di possedere, in questo cuore magari periferico rispetto al disegno dell’isola che era l’intera zona mineraria (intera non soltanto come area geografica, ma anche come contesto di un lavoro totalmente differente dalla tradizione storica dell’agricoltura e della pastorizia), una realtà “moderna”, che li faceva in qualche modo europei; dall’altra la stessa diversità del mondo minerario rendeva difficile, al resto dei sardi – che ne erano lontani, che soprattutto non lo conoscevano – sentirlo come una cosa propria, un peso della propria carne.13

 

La miniera diventa dunque fondamento della società, ma fondamento distaccato, un mondo sottoterra che chi vive alla luce del sole non può avvertire come proprio. E questo nonostante la fama acquisita dall’ambiente sotterraneo grazie alla narrativa naturalista e verista. In Sardegna non c’è, infatti, un Rosso Malpelo, così come non c’è un Germinal,14 e la descrizione del panorama minerario è tendenzialmente affidata alla letteratura di viaggio.15

Negli ultimi decenni, però, con l’acquisizione di una prospettiva auto-identitaria e dislocata rispetto al centro barbaricino, si acutizza una tendenza a raccontare il proprio territorio in maniera diffusa16 che accomuna la maggior parte dei protagonisti del panorama sardo dagli anni ’70 in poi.17

Le opere che prendiamo in considerazione nelle pagine seguenti si collocano in questo periodo, essendo scritte da autori nati in Sardegna nel ventennio successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e, pur avendo tre forme narrative differenti (un romanzo, una pièce teatrale, una graphic novel) hanno in comune la focalizzazione geografica e temporale: la zona del bacino minerario sud occidentale e la descrizione della vita ad esso legato, in un lasso di tempo che va dal principio del XX secolo all’epoca fascista. Ciò consente una lettura diacronica dello stesso tema, anche se trattato tramite discorsi artistico-narrativi piuttosto differenti.

Parliamo infatti della pièce teatrale La piccola Parigi18 di Nino Nonnis, del romanzo Il figlio di Bakunìn19 di Sergio Atzeni, e della graphic novel L’illusione della terraferma20 di Otto Gabos, testi che non solo ci raccontano la vita nell’inferno minerario, ma si accomunano per l’enfasi riservata al momento di blocco della produzione: lo sciopero. Forma di resistenza per eccellenza, lo sciopero si rivela il vero nucleo narrativo delle tre opere. Andiamo allora ad analizzarle brevemente e singolarmente prima di soffermarci sui tratti comuni.

 

2. La piccola Parigi21

La piccola Parigi è un’opera teatrale di grande successo. Scritta da Nino Nonnis e rappresentata per la prima volta nel 1999, continua, di anno in anno, a portare in giro per la Sardegna, per l’Italia, e per l’Europa (sono state realizzate più di duecentocinquanta repliche) la storia dell’eccidio di Buggerru del 1904, al seguito del quale venne proclamato lo sciopero generale nazionale, il primo di tutta Europa.22

La miniera di Buggerru era all’epoca gestita dalla Societé Anonyme de mines de Malfidano nella persona di Achille Georgiades, detto “il turco” a causa della sua origine («1° Minatore – […] Anche lui, Georgiades, come molti di noi sardi aveva un cognome che finiva in esse. Ma il suo iniziava con Signor» PP, 23). A lavorarci venivano da tutta Italia, e il paese si divideva in due: da una parte i gestori della miniera, i proprietari, che conducevano vita alla moda tra circoli e teatro; dall’altra i minatori, costretti a turni massacranti e paghe miserrime:23 «1° donna - La paga, manco a finire il mese bastava… ogni goccia di sudore del minatore finiva per terra» (PP, 20). Per tentare di contrastare queste pratiche disumane gli operai avevano costituito la Lega di resistenza di Buggerru, che contava oltre 4.000 iscritti. Così, quando Georgiades eliminò un’ora dall’orario della pausa pranzo, i minatori insorsero e si dovettero scontrare contro la sanguinaria repressione dell’esercito, che fece tre morti e numerosi feriti. Era il 4 settembre 1904 e passerà alla storia come “l’eccidio di Buggerru”.24

La Piccola Parigi racconta proprio questa vicenda: le condizioni disagevoli dei lavoratori, il montare della rabbia, lo sciopero, gli spari. “Petit Paris” era il nome dato al borgo minerario di Buggerru, in quanto i proprietari della miniera, francesi, vi si erano trasferiti in massa con le proprie famiglie, creando una sorta di società parallela a quella dei minatori: «c’erano negozi e vetrine come neanche a Cagliari ce n’erano. La moda a Buggerru arrivava prima, e le signore si facevano fotografare con grandi cappelli e abiti che bisognava essere in due per vestirsi» (PP, 13). La piccola Parigi è il racconto di questa società parallela, vista dagli occhi dei minatori massacrati dal lavoro.

Di questo lavoro, intravediamo vari momenti. Per esempio sappiamo subito che «la prussiera bruciava i polmoni» (PP, 16) e che «dopo una vita di lavoro ti trovavi nella pensione solo pochi anni… pochi, non stiamo a contarli, e ci voleva la pensione per silicosi per poter vivere» (PP, 16). Allo stesso modo, i bambini non avevano infanzia e «non sapevano di poterlo pretendere» (PP, 17): compivano i 15 anni, l’età in cui era possibile fare il proprio ingresso in miniera, prima del tempo, mentendo sul proprio anno di nascita.

I personaggi che entrano in scena non sono contraddistinti da un nome proprio, bensì da una categorizzazione: sono tipi universali, come “Donna”, “Minatore”, “Personaggio”, e così via, sino ad includere anche “Narratore” all’interno dello stesso piano narrativo. Il testo si costituisce infatti di continui scorci, dove gruppi di persone prendono la parola per descrivere congiunture attuali o passate, preoccupazioni, situazioni limite, in un continuo rubarsi la parola a vicenda e mantenere i discorsi in sospeso. Il quadro cambia solo quando parlano Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, i due socialisti che guidarono l’insurrezione, e che vengono indicati col nome proprio; così come col nome proprio vengono indicate le vittime25 nel momento in cui sono già trapassate. Queste ultime, per altro, cambiano addirittura lingua, sostituendo all’italiano, utilizzato da tutti gli altri personaggi, il sardo, che ci rimanda ad una dimensione più accorata, più intima: «Pilloni – […] Tottu su chi è succediu, po nudda. Candu biu chi oi c’è tanta genti chi no teni traballu… genti chi a s’edadi mia fia giai beccia… s’arriccu est arriccu e su poberu bidi arribai genti noa a si lamentai impari cun issu»26 (PP, 36). È l’unica eccezione. Mentre tutti gli altri personaggi, che appaiono in ordine sparso, creano una polifonia eterogenea per numero di voci ma non per tipo: va per la maggiore un tipo di sintassi franta, che dona velocità alle battute e si interrompe solo nell’unanimità della protesta, quando il vaso è colmo e avere un’ora in meno di riposo si rivela insostenibile:

 

Tutti – Perché noi non esistevamo,

la nostra fatica non esisteva,

non esisteva la fame,

l’usura del corpo che non vedi,

non esistevano i nostri affetti,

esisteva soltanto il nostro bisogno,

crescere i figli a un destino migliore.

Un’ora in meno un’ora in più…

Un’ora in più cosa vuoi che sia.

Un’ora in più tra le tante.

Un’ora in meno tra le poche.

Un’ora in meno per pensare a se stessi,

guardarsi immobili e valutare.

Un’ora in meno, un’ora in più,

in gioco il potere, la forza del potere.

I soldi non c’entrano, camminano da soli,

non arricchiscono chi è già ricco,

ma chi è già ricco ha paura di perdere

un giorno in più nell’accumulo,

teme di stare fermo in un mondo di rivali.

Un’ora in meno, un’ora in più» (PP, 24).

 

 

3. Il figlio di Bakunìn27

Il figlio di Bakunìn è un romanzo scritto da Sergio Atzeni e pubblicato nel 1991 per Sellerio. È la storia di Tullio Saba, minatore sardo della zona del Sulcis-Iglesiente, la cui vita, mista a mito e leggenda, viene ricostruita da coloro che l’hanno conosciuto, intervistati da un ragazzo con l’orecchino che si scoprirà essere figlio dello stesso Saba. La memoria collettiva è confusa, alle asserzioni di qualcuno fanno da contraltare quelle opposte di qualcun altro. Sono informazioni frazionate quelle su Saba, e di conseguenza sono frazionate quelle sulla miniera. Possiamo dunque divertirci a ricostruire il puzzle, tenendo però presente che, sebbene Il figlio di Bakunìn sia stato definito un romanzo storico,28 si tratta più propriamente di un romanzo di aneddotica, dove alla Storia viene preferita la Memoria. Non a caso, la struttura dialogica utilizzata si concretizza in un gioco narrativo che, ponendo al centro la tecnica del racconto, mette prima di tutto in discussione il concetto di ‘verità’.29  Da ciò che si riesce a ricostruire, il padre di Tullio Saba era un uomo abbiente, confezionava scarpe per i minatori. Sino a quando la direzione della miniera è stata assunta da un fascista, «primo direttore italiano perché prima erano stati tutti francesi» (FdB, 33) che ha smesso di acquistare le scarpe da Saba, detto anche Bakunìn per le sue idee rivoluzionarie e internazionaliste. La qualità delle scarpe in miniera è così peggiorata, tanto da causare le lamentele dei minatori, e l’attività dei Saba ha chiuso, portando la famiglia alla miseria. E quando il padre è morto (si è ammazzato? È morto di crepacuore?), Tullio Saba è diventato anche lui un minatore, come tanti suoi coetanei:

 

È rimasto il più piccolo, l’unico maschio, e cosa poteva fare? È diventato minatore. Ma non qui in paese. Non voleva mescolarsi, forse, non voleva essere visto ridotto come gli altri, lui ch’era nato signorino. Oppure il direttore della miniera di Montevecchio non l’ha voluto, c’era inimicizia vecchia con Bakunìn. Andava a Carbonia (FdB, 40).

 

Carbonia, dove è ambientata la parte mineraria de L’illusione della terraferma, dista da Montevecchio un’ottantina di chilometri, che il giovane Tullio percorreva in bicicletta, tornando a casa solo nel weekend. Sino a quando le condizioni della madre sono apparse così critiche da non consentire più a Tullio di stare lontano da casa per tanti giorni:

 

Quando l’ha vista in quello stato, il figlio è tornato in paese, è andato a lavorare a Montevecchio. La mattina io e lui ci alzavamo all’alba. Lui usciva e si mescolava agli altri minatori che salivano ai pozzi, io preparavo una tazza di latte per la madre, che non la beveva quasi mai. […] «Tullio va in miniera per darmi da mangiare, ma all’età sua potrebbe studiare e farsi valere nel mondo, perché è buono, è bello, e non è stupido» (FdB, 62).

 

È qui che vediamo i veri sprazzi della vita lavorativa di un minatore, fatta di scarpe che si sciolgono nell’acqua e di armature costruite in fretta e furia – la paga era a cottimo – col rischio di crollare da un momento all’altro ammazzando chiunque ci sia sotto. Ed è qui che Tullio Saba tira fuori il suo spirito rivoluzionario passando da piccole azioni sabotatrici – come quando, insieme a Giacomo Serra, scrive nelle viscere della miniera VIVA STALIN; o come quel primo maggio in cui si arrampica sul campanile della chiesa per issare la bandiera rossa - al vero e proprio sciopero:

 

In una settimana il quadro fu chiaro: causa della diminuzione della produzione erano gli scioperi contro il sistema dei cottimi, i ritardi organizzati del lavoro, i sabotaggi veri e propri, l’intimidazione psicologica, per non dire altro, che aveva travolto le gerarchie aziendali, e una certa quale stupidità congenita dei locali […]. Fu uno scontro durissimo. Per mesi organizzarono scioperi. Risposi con comunicati affissi sui muri del paese. […] Occuparono i pozzi. Si calarono nelle gallerie. Le loro mogli vennero in direzione chiedendo di parlarmi. Parevano invasate. Non erano dipendenti dell’azienda, rifiutai di incontrarle, misero l’assedio attorno alla direzione (FdB, 103).

 

Il protagonista risulta dunque in primo piano sia nell’organizzazione degli scioperi, sia nell’omicidio del direttore della miniera, di cui viene accusato insieme ad altri due compagni ma scagionato per mancanza di prove. Anni dopo il giudice dirà che, chiunque di quei tre fosse stato l’assassino, aveva agito in realtà «come fosse stato l’esecutore di una sentenza emanata da tutti loro [i compaesani], erettisi a giudice collettivo» (FdB, 93).

 

 

4. L’illusione della terraferma30

L’illusione della terraferma, pubblicato nel 2015 per la Rizzoli Lizard, è una graphic novel di Otto Gabos che assorbe le tinte del giallo. Il commissario, Ettore Marmo, ex combattente in Etiopia, che odia il mare ma, per aver avuto una relazione con la moglie del capo, è stato spedito in Sardegna, si occupa di risolvere un caso di triplice omicidio che lo porta nel cuore della miniera di Carbonia. Marmo ha un braccio destro, Mallus, uno del posto che istruisce il commissario su come è meglio muoversi nella rete locale. Nonostante l’epoca in cui è ambientato, gli anni Trenta, nessuno dei due uomini pare essere davvero un fascista, limitandosi ad apparirlo abbastanza da non essere licenziato, ma senza ulteriore enfasi.

Il fumetto comincia con i due protagonisti impegnati a osservare Carloforte dalla costa sarda, quando la corrente decide di spingere a riva uno strano pacco che si rivelerà un uomo decapitato. È mentre Marmo e Mallus sono impegnati a tentare di risolvere il caso che arriva l’emergenza: dei minatori si sono chiusi dentro la miniera di Serbarìu, a Carbonia, e minacciano lo sciopero. In realtà ad essersi chiuso dentro la miniera è solo uno, Daniele Pinna, per protestare contro lo stipendio da fame:

 

- Si tratta di un minatore. Non vuole più risalire. Si è rinchiuso ormai da quattro ore in una galleria dismessa.

- È pericoloso?

- Il minatore no. Il cunicolo potrebbe diventarlo a breve.

- Brutta storia. E perché ha deciso di stare chiuso al buio sottoterra? Cos’ha fatto?

- Per il salario. Dice che è troppo basso: non riesce a crescere i suoi dieci figli, di cui una malata di poliomielite.

- Insomma è disperato e sta tentando il tutto e per tutto (IT, 48).31

 

Proprio la zona del Serbarìu è lo scenario del secondo delitto, un uomo trovato senza mani. Il capo delle milizie ordinerà l’arresto del caposquadra della miniera e sarà dunque Marmo a dover fare giustizia, prima di restare immischiato nel terzo e ultimo omicidio della narrazione, stavolta proprio del direttore dell’impianto. Contrariamente a ciò che abbiamo visto ne Il figlio di Bakunìn, però, stavolta l’omicidio del direttore non si rivelerà una conseguenza politica, bensì passionale.

 

5. Con le braccia incrociate

Nei tre testi le condizioni lavorative dei minatori costituiscono non il nocciolo ma lo sfondo. Possiamo dunque desumerne quella serie di “voci incontrollate”32 che ci permette di ricostruire i contesti pur senza attribuire una caratterizzazione prettamente storica alle opere. Come vedremo anche più avanti, le fonti ufficiali dell’epoca non si dimostrano generose nei confronti dei minatori sardi. Ecco allora che la narrativa incarna un ruolo di ‘giustiziera’ sociale, mantenendo il piano storico come secondario e focalizzandosi invece su delle trame appassionanti che diano voce a chi non l’ha spesso avuta. Tutt’e tre i testi, infatti, partono da dati storici, ma tutt’e tre incanalano l’attenzione del lettore verso il fulcro fittizio: La Piccola Parigi nasce da una ricerca che l’autore e Maria Assunta Calvisi, regista teatrale della compagnia l’Effimero Meraviglioso,33 hanno portato avanti in vari mesi di ricerca sul campo nel territorio di Buggerru, intervistando i minatori e consultando le fonti d’archivio. Eppure la narrazione, che si rifà alla ricostruzione storica, ricostruzione storica non lo è. Come dice lo stesso autore nell’introduzione al volume, «i personaggi sono degli stereotipi, non realmente esistiti»;34 anche Il Figlio di Bakunìn ha premesse simili: il racconto è infatti ispirato alla vita del padre dell’autore, Licio Atzeni, minatore e sindacalista, e, sebbene «i fatti, i personaggi, le Madonne vestite di nero, niente è inventato di sana pianta, come alle volte gli scrittori amano dire»,35 ciò che è realmente fulcro del racconto è la memoria, che si oppone alla Storia, o per lo meno alla storiografia, e ne rivela l’impossibilità della ricostruzione affidandosi più all’aneddotica che all’annalistica. Vediamo dunque che anche qui c’è un iniziale processo di ricostruzione del dato storico, che viene però superato in favore di quello memorialistico. Lo stesso lavoro viene portato avanti anche da Otto Gabos, che, oltre a inserire direttamente degli stralci tratti dal discorso di Mussolini a Carbonia, è sceso personalmente a osservare la miniera in cui ambienta le vicende. Una ricerca che vale non solo per la narrazione, ma anche per l’illustrazione, tanto che i suoi personaggi hanno i volti dei reali lavoratori della miniera, le cui fotografie sono conservate nel museo cittadino. Eppure è nuovamente l’autore che attesta nella postfazione di aver inizialmente pensato di non disegnare da sé i protagonisti della propria storia: «mi ero convinto che per raccontare del ventennio fascista e di quella parte di Sardegna così dolente e ferita fosse necessaria una certa mediazione, quello straniamento, in questo caso grafico, che mettesse davvero a fuoco la materia narrativa».36 Nondimeno, la costruzione della vicenda come giallo, con il relativo straniamento dovuto al genere, costituisce di per sé un filtro narrativo tale da non poter far considerare, neanche in questo caso, l’opera come un romanzo storico.37

Come abbiamo visto, dunque, nessuna delle tre opere si approccia in maniera diretta alla descrizione delle condizioni di lavoro, necessitando invece di un forte filtro narrativo e di una solida struttura di genere per raccontare la storia dei giacimenti. Grazie a filtro e genere, la Storia38 viene messa in secondo piano, mentre il primo piano viene dedicato ad una narrazione fittizia che avvicina il lettore a problematiche sociali solo apparentemente lontane.39 E, infatti, nonostante le profonde differenze per trama e struttura che abbiamo già messo in luce, ciò che se ne evince è un giudizio omogeneo. È importante sottolineare questo: parliamo di “giudizio”, non di “descrizione”. Nei tre testi le parti descrittive esistono (specialmente nello scritto di Nonnis) ma sono materiale nettamente inferiore rispetto al giudizio che se ne dà, che sia esso espresso dai protagonisti (Nonnis), dai contemporanei (Otto Gabos), o a posteriori (Atzeni). Il lavoro in miniera appare infatti come una punizione divina, da portare avanti in una dimensione infernale, completamente differente da tutto ciò a cui siamo generalmente abituati.

I minatori erano certamente gli ultimi, tanto che una delle intervistate dal figlio di Tullio Saba spiega che «certi servi di Totoi Zuddas si sarebbero sentiti diminuiti ad andare a lavorare nei pozzi» (FdB, 63), mentre un ex minatore dichiara che «nessuno di noi minatori avrebbe augurato a nessun uomo di finire in miniera» (FdB, 65). Eppure il lavoro in miniera significava «una paga con una scadenza sicura, una possibilità comunque di non distaccarti dalla terra, dalla tua terra. La nostra terra!» (PP, 14). Come ben riassume il dialogo tra Mallus (il primo a prendere la parola) e Marmo (che risponde) a proposito dello sciopero dei minatori:

 

- Però forse hanno anche un po’ di ragione. Il lavoro in miniera è peggio di una condanna all’inferno.

- Non dirlo troppo forte che ti potrebbero sentire. È pur sempre un lavoro. Hanno tutti una casa, la cucina e il bagno. Tu ce l’hai il bagno?

- No (IT, 46).

 

Indirettamente risponde, alcune pagine dopo, proprio il minatore scioperante: «Certo, ci hanno dato una casa. Ho pure il gabinetto, sapete? Ma se siamo sempre qui sotto, quando ci riposiamo a casa?» (IT, 52-53)

Il dilemma è sempre lo stesso, tra il lavoro e la salute, tra dignità e dignità. Come è ancora oggi, basti pensare ai recenti e numerosi casi di industrie altamente inquinanti o di lavoratori non assicurati per i quali l’imperativo è sempre quello: portare a casa un qualsiasi stipendio, anche con la consapevolezza di star mettendo in pericolo la propria vita.40

Eppure, le fonti storiche tramandano valutazioni non encomiastiche sullo sforzo fisico dei minatori sardi. A partire dalle parole del 1862 di Eugenio Marchese, ingegnere del Regio Corpo delle Miniere:

 

l’operajo sardo, uso a cibarsi molto parcamente, e non avente lunga abitudine di esercizi continuati di forza musculare, non possiede nell’opera faticosa del minatore la costanza dell’operaio continentale, e non riesce in generale a compiere la stessa quantità di lavoro: il qual fatto apparisce chiaramente nei lavori dati a cottimo, nei quali lo stimolo del guadagno spinge l’operajo continentale ad un lavoro continuato ed eccessivo, ciò che non succede nell’operajo isolano. Questo però riesce meglio nelle officine, dove l’opera men faticosa, e meno monotona richiede d’altra parte un più grande concorso dell’intelligenza.41

 

                 Ancora, riferisce Quintino Sella:

 

Il minatore piemontese, mi diceva un ingegnere da molti anni in Sardegna, si dimostra forte, ardito, ardente nel lavoro, ma un po’ disordinato nelle sue abitudini, ed ha più ardore di tutti nel lavoro a cottimo riescendo anche a lucrare 6 a 7 lire al giorno. Il bergamasco è più sobrio, e più tranquillo, e nello stesso cottimo si accontenta di giungere ad un lucro di 4 a 5 lire. Il sardo finalmente ha minori bisogni, si cura meno dell’avvenire e nello stesso cottimo, nel quale gli altri lucrano le giornate di cui sopra si disse, regola il suo lavoro in guisa da limitarsi ad una giornata di 2 a 3 lire.

Gli operai applicati alle fonderie sono tutti sardi. Questi hanno tutta l’intelligenza e le abilità necessarie per le fonderie, ed inoltre, come già si osservò altrove, soffrono meno le emanazioni dei forni piombiferi.42

 

                    Giudizi che il testo di Nonnis recupera in questo dialogo:

 

Francese – Come perché? Perché anche la domenica è un giorno di lavoro. E anche il lunedì lo è. Sapete cosa succederebbe a lasciarli senza far niente per tutta una giornata?

Piemontese – Si ubriacherebbero e il giorno dopo… il lunedì, questo lo capite anche voi, non c’è bisogno che ve lo spieghi io.

Toscano – Ma non lavorano troppo… rispetto agli altri? Anzi, vi dico una cosa, la dico a voi, certo a loro non posso dirgliela… i sardi, sono pigri, rendono meno…

Piemontese – Per questo li si paga di meno. È molto semplice, uno viene pagato per quello che rende. E poi in continente è diverso… c’è più lavoro, gli operai si sono abituati diversamente.

Francese – Le abitudini contano molto… ma questa è gente forte, abituata, alla fatica, alla fame. In caso di guerra, sopravviverebbero loro, sicuramente. Se non andassero al fronte.(PP, 35-36).

 

                    Tutto ciò con effettive ripercussioni sulla paga e sui turni di lavoro:

 

«Moglie minatore – Non era solo una questione di un’ora. C’erano anche gli appalti e quelli rischiavano di rovinarci. Più lavoratori per noi, per i nostri uomini, e maggiore guadagno, per loro. Noi non studiavamo come scansare la fatica, ma loro studiavano come trasformarla in guadagno» (PP, 28-29).

 

Queste zone devono il proprio incremento economico all’estrazione mineraria (ce lo ricorda Otto Gabos, che, recuperando le parole di Mussolini durante il discorso per l’inaugurazione di Carbonia, ricorda come la città debba addirittura la sua stessa fondazione al prezioso fossile),43 ma subiscono anche, al contempo, una storia di stenti e umiliazioni. Proprio per questo, in narrazioni che, come abbiamo visto, utilizzano il fittizio per dar voce a chi ne è stato privato, è importante notare come il fulcro narrativo comune sia lo sciopero. In una vita devota allo sfinimento, ciò che è stato reputato più interessante da rappresentare è proprio il momento in cui le braccia si sono incrociate per fermare tutto. Le tre opere non colgono infatti una routine quotidiana, e la vita lavorativa ci appare solo in secondo piano. Si concentrano, invece, sul momento in cui il lavoro si interrompe forzosamente. Come se l’unico approccio alla vita mineraria fosse quello di rifiutarla e l’unico modo di osservarla fosse quello di raccontarne i tentativi di miglioramento.

Lo sciopero assume una veste importante dal punto di vista narrativo. Lo potremmo infatti considerare un cronotopo, in quanto, pur con modalità differenti, costituisce un nucleo spazio-temporale all’interno dei tre testi: nel caso de La Piccola Parigi è il movente di tutta la narrazione e gli stessi dialoghi si creano sul racconto dello sciopero e su ciò che ne è seguito; nel caso di Il figlio di Bakunìn è ciò che unisce i personaggi principali e sprona la partecipazione di tutto il paese alla vicenda; nel caso de L’illusione della terraferma, avvicina il commissario alla zona mineraria e crea quel tessuto che porterà ai successivi delitti.

La descrizione che viene fatta del minatore è quella di un operaio che ama infrangere le regole (specie in epoca fascista: «Giacomo Serra ricordava i tempi prima del fascismo. Anche suo padre era stato minatore, e diceva che anche ai vecchi tempi la vita del minatore era una schifezza, ma allora almeno qualcuno parlava a nome dei minatori e si poteva scioperare», FdB, 71). Una testa calda, tanto che nel romanzo di Atzeni si delinea nettamente una caratterizzazione del minatore di estrema sinistra, che crede in un mondo migliore presieduto da Stalin («Faceva piacere immaginare che in un luogo del grande mondo la prima preoccupazione del governo era che i minatori non lasciassero la pelle nei pozzi. E che non dovessero lavorare con le cosce nell’acqua e con le scarpe squagliate» FdB, 70), e che, quando il primo maggio sventola la bandiera rossa, ne è lieto e se la gode come un momento di libertà personale («A Guspini, andando a lavorare di primo maggio, i minatori stavano tutti col naso per aria, sorridevano» FdB, 74). Come dice uno degli intervistati a proposito del comunismo: «Ai tempi del fascio molti minatori avevano quelle idee» (FdB, 41).

Lo sciopero va però oltre il romanticismo politico, appare una soluzione, abbraccia l’ineluttabilità: tra le condizioni di lavoro sfiancanti, le paghe indignitose, le misure razziste, la vita dei minatori diventa davvero l’inferno. Ci affidiamo allora, per concludere, nuovamente alle parole di Brigaglia: «L’immagine di un mondo totalmente a parte, dove si riesce a mantenere il posto di lavoro solo a patto di non trasgredire neppure la più piccola delle norme che regolamentano l’intera esistenza della miniera e dei suoi uomini, non è una mera impressione letteraria».44 Ma la letteratura la rileva, la seleziona, la cristallizza, la espande e, soprattutto, la combatte. Il lavoro viene così glorificato nell’impresa più ardua e doverosa che è, in fondo, quella di incrociare le braccia e bloccare la produzione. «A poco a poco tutti smisero di lavorare: uno sciopero di tutti, come non ce n’era mai stato. Generale si chiama» (PP, 28).

 

Bibliografia e sitografia

 

ATZEI Giampaolo, Politica e società nella Sardegna mineraria del Novecento, in «Ammentu», n. 3, gennaio-dicembre 2013, p. 226.

ATZENI Sergio, Il figlio di Bakunìn, Sellerio, Palermo, 1991.

ATZENI Sergio, Il mestiere dello scrittore, in Sì…otto!, Condaghes, Cagliari, 2005.

BRIGAGLIA Manlio, Il lavoro, la lotta, in Montevecchio. La mia miniera, a cura di Petronio Floris, Tema, Cagliari, 2006.

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1. Cfr. Gigliola SULIS, Ma Cagliari è Sardegna, in L’Italia dei dialetti, a cura di Gianna MARCATO, Unipress, Padova, 2008, pp. 449-457.

2. Marcello FOIS, In Sardegna non c’è il mare, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 11.

3. Gigliola SULIS, Ma Cagliari è Sardegna?, cit., p. 449. Si veda anche l’affermazione di Nino Nonnis: «ho sempre pensato e ragionato come se la Sardegna fosse terra di pastori e contadini. Vivendo a Cagliari ho conosciuto il mondo dei pescatori e nel mercato di San Benedetto prendevo confidenza con i prodotti del mare.

Le miniere erano lontane» (Nino NONNIS, Prefazione in La chiamavano la Piccola Parigi, Cenacolo di Ares Edizioni, Villacidro, 2015, p. 6).

4. «Negli anni del boom minerario Iglesias conobbe uno stravolgimento del suo assetto urbano. Rimasta placidamente adagiata per secoli entro la cinta muraria fondata dai dominatori pisani nel XIII secolo, la città ottocentesca dovette tumultuosamente affrontare la fame di alloggi dettata dall’aumento dei residenti. Da principio ciò comportò la saturazione degli spazi interni al circuito murario, sopraelevando un patrimonio immobiliare solitamente non elevato oltre il primo piano. Il risultato, tangibile ancora oggi, fu quello di calare sul tracciato di formazione medievale una coltre edificata che ammodernò, sovrapponendosi ed occultando le vecchie basi urbanistiche, buona parte dell’originario centro urbano», Giampaolo ATZEI, Politica e società nella Sardegna mineraria del Novecento, in «Ammentu», n. 3, gennaio-dicembre 2013, p. 226.

5. Manlio BRIGAGLIA, Il lavoro, la lotta, in Montevecchio. La mia miniera, a cura di Petronio Floris, Tema, Cagliari, 2006, p. 11.

6. Per una storia della miniera sarda nei secoli precedenti al XIX si veda Quintino SELLA, Sulle condizioni dell’industria mineraria dell’isola di Sardegna, Ilisso, Nuoro, [1871] 1999.

7. Cfr.: «La data iniziale della storia della moderna industria estrattiva in Sardegna si può collocare intorno al 1848. La legge mineraria di quell’anno estese all’isola la legislazione sabauda degli Stati di Terraferma che sanciva la distinzione, poi confermata nella legge mineraria del 20 novembre 1859, della proprietà del suolo da quella del sottosuolo. Dall’applicazione di quelle leggi nella difficile fase di avvio dell’industria delle miniere derivano evidenti vantaggi per i ricercatori e per gli imprenditori». Francesco MANCONI, Prefazione a Quintino SELLA, op. cit., p. 7.

8. Oltre a numerosi e interessanti volumi – ne cito solo pochi: Dario COLETTI, Gente di miniera, Ilisso, Nuoro, 1999; Sandro RUJU, I mondi minerari della Sardegna, CUEC, Cagliari, 2008; Iride PEIS CONCAS, Montevecchio. Miniera di blenda, galena, storia di uomini, Editrice S’Alvure, Oristano, 2004; Maria Luisa PLAISANT e Giuseppe SERRI, Minatori e miniere, CUEC, Cagliari, 1996; etc. – è doveroso menzionare la Biblioteca Carlo Emanuele Borghesan dell’Associazione Mineraria Sarda di Iglesias.

9. Cfr. www.associazioneminerariasarda.it, probabilmente il sito più completo e accurato sull’argomento; www.sardegnaminiere.it che racconta la storia di ogni giacimento avvalendosi di utili apparati grafici; o ancora http://www.minieredisardegna.it che contiene una ricca sezione bibliografica.

10. Cfr. Francesco MANCONI, op. cit., pp. 7-27.

11. Epicarmo CORBINO, Annali dell’economia italiana, vol. I, 1860-1870, Città di Castello, 1931, p. 68, già in Francesco MANCONI, op. cit. p. 10.

12. Marcello VINELLI, Note sull’industria, la mano d’opera e la legislazione nelle miniere di Sardegna, Cagliari, 1914, pp. 41-43, già in Francesco MANCONI, op. cit., p. 10.

13. Manlio BRIGAGLIA, op. cit., p. 12.

14. A proposito dell’ambientazione mineraria in letteratura, si veda la voce ‘miniera’ in Remo CESERANI, Mario DOMENICHELLI, Pino FASANO, Dizionario dei temi letterari, UTET, Torino, 2007, vol. II, pp. 1510-1511.

15. «L’analisi dei resoconti di viaggio sulla Sardegna, soprattutto quelli pubblicati dopo la seconda metà dell’Ottocento, evidenzia come gran parte di queste opere letterarie fossero di autori inglesi, francesi oppure italiani, che si soffermarono sulle miniere dell’Isola e più in generale sulle risorse economiche della regione, con un marcato interesse economico, talora di matrice coloniale», Giampaolo ATZEI, op. cit., p. 227.

16. «Nuoro è l’Atene della Sardegna, a Nuoro nasce solo gente intelligente, mentre a Cagliari nascono più bassi e un po’ più scemi, è una città torpida che ama soprattutto mangiar bene. Però io credo che sia importante raccontare anche Cagliari, anche Guspini, Arbus, Carbonia; se avrò vita cercherò di raccontare tutti i paesi, uno per uno, e tutte le persone, una per una», Sergio ATZENI, Il mestiere dello scrittore, in Sì…otto!, Condaghes, Cagliari, 2005, pp. 82-83.

17. Cfr. Gigliola SULIS, «Anche noi possiamo raccontare le nostre storie.» Narrativa in Sardegna, 1984-2015 in La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali a cura di Luciano MARROCCU, Francesco BACHIS, Valeria DEPLANO, Donzelli Editore, Roma, 2015, pp. 531-555.

18. Nino NONNIS, La piccola Parigi, in La chiamavano la Piccola Parigi, Cenacolo di Ares Edizioni, Villacidro, 2015.

19. Sergio ATZENI, Il figlio di Bakunìn, Sellerio, Palermo, 1991.

20. Otto GABOS, L’illusione della terraferma, Rizzoli Lizard, Milano, 2015.

21.  Da questo momento le citazioni saranno indicate nel corpo del testo con l’indicazione “PP” prima del numero di pagina.

22. La pièce teatrale è inserita in un volume intitolato La chiamavano la Piccola Parigi, comprendente, oltre al testo che stiamo analizzando, anche la pièce Quel mattino di marzo 1913, che racconta le vite spezzate di donne lavoratrici nella miniera e si ispira, anche in questo caso, a delle vicende storiche.

23. «I salari giornalieri erano da indigenza: per le donne “cernitrici” e i ragazzi oscillavano da 0,60 a 1,20 lire; per gli uomini “armatori” da 0,80 a 2 lire e solo qualcuno raggiungeva le 3 lire», Valentina ORGIU, Bugerru: per non dimenticare la storia della lotta operaia, in «La donna sarda», 11 settembre 2014, al link http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/3225/buggerru-per-non-dimenticare-la-storia-della-lotta-operaia.html#sthash.uFvRfSh9.dpuf consultato in data 15/12/2016.

24. La vicenda causa profondo smarrimento nel mondo culturale sardo, ed è raccontata anche da due dei più grandi autori che l’isola abbia avuto: Giuseppe DESSÌ in Paese d’ombre (Mondadori, Milano, 1972) e il poeta Sebastiano SATTA in I morti di Buggerru (La vita letteraria, Roma, 1910).

25. Durante l’eccidio morirono Francesco Littera, Salvatore Montixi e Giustino Pittau. A loro si aggiunse, qualche tempo dopo, Giovanni Pilloni, la cui morte non si poté relazionare con certezza alla sparatoria. Quest’ultimo viene spesso dimenticato e nella maggior parte dei documenti, così come nella targa posta in memoria in una delle principali vie di Buggerru, Pilloni non viene citato. Nonnis lo mette invece al pare degli altri, e in questo non troviamo una rivendicazione storica, bensì artistica. Dice lo stesso autore, nella prefazione al volume, che «i personaggi sono degli stereotipi, non realmente esistiti» (Nino NONNIS, Prefazione, cit., p. 9), contrariamente a quelli di Quel mattino di marzo 1913 che «si ispirano […] alle persone reali che hanno vissuto quei fatti storici» (ibidem, p. 9) e sono infatti tutte segnalate dal proprio nome.

26. «Pilloni – […] Tutto ciò che è successo, per nulla. Quando vedo che oggi c’è tanta gente che non ha lavoro… gente che alla mia età è già vecchia… il ricco è ricco e il povero vede arrivare nuova gente a lamentarsi insieme a lui».

27. Le citazioni verranno indicate nel corpo del testo seguite dall’indicazione “FdB” e il numero di pagina.

28. Cfr. «[Il Figlio di Bakunìn] era ancora un romanzo storico, ma stavolta di storia vicina, di storia della sinistra e di una generazione con la quale bisognava pur fare i conti» Goffredo FOFI, L’ultimo passo, «Linea d’ombra», 108, 1995, p. 4.

29. «Alle certezze delle pretese di oggettività Atzeni sostituisce la dichiarazione dell’inevitabile soggettività delle ricostruzioni umane, tanto quelle dei narratori quanto quelle degli storici, e indica nella constatazione della parzialità del punto di vista di ognuno, condizionato da personalità, formazione, esperienze, ideologia, il più alto livello di verità che l’umana ricerca può raggiungere» Gigliola SULIS, Introduzione, in Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia, a cura di Giuseppe MARCI e Gigliola SULIS, CUEC, Cagliari, 2001, p. 20. Si vedano, ancora: Giuseppe MARCI, Sergio Atzeni: a lonely man, CUEC, Cagliari, 1999; Carola FARCI, Sergio Atzeni: un figlio di Bakunìn, CUEC, Cagliari, 2015; Cristina LAVINIO, Tecnica del frammento e sperimentazione linguistica, in Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia, cit., pp. 65-80.

30. Da questo momento indicato come “IT” seguito da numero di pagina.

31. Qui come nei casi che seguiranno, i dialoghi erano affidati a diverse vignette. Non potendo riprodurre la veste fumettistica, li ho uniti secondo la veste grafica tradizionale.

32. La definizione è di Carlo Ginzburg: «Scavando dentro i testi, contro le intenzioni di chi li ha prodotti, si possono far emergere voci incontrollate» (Carlo GINZBURG, Il filo e le tracce, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 10). Ginzburg si riferisce alle voci dei documenti storici mentre nel nostro caso parliamo di testi fittizi, che dunque volontariamente fanno emergere questo doppio sfondo. Si tratterebbe, in questo caso, di “voci controllate”, ma utilizziamo la definizione di Ginzburg perché rende bene l’idea di una doppia costruzione che prevede un primo piano, sul quale si concentrano i riflettori, e un piano coevo ma secondario, sul quale è necessario fissare l’attenzione per ricostruire ulteriori sequenze.

33. L’Effimero Meraviglioso è una compagnia legata al Teatro di Sinnai. Porta avanti lo spettacolo de La Piccola Parigi, che è stato scritto da Nonnis per lei.

34. Nino NONNIS, Prefazione, cit., p. 9.

35. Giuseppe MARCI, op. cit., p. 15.

36. Otto GABOS, Dentro l’isola di piombo e carbone, in L’illusione della terraferma, cit., p. 149.

37. L’autore ci dice, nella postfazione: «L’illusione della terraferma non vuole essere romanzo storico, non è inchiesta giornalistica, è piuttosto, per lunghi tratti, ricognizione nei miei luoghi antichi» (Otto GABOS, Dentro l’isola di piombo e carbone, cit., p. 149). La madre di Otto Gabos era insegnante in un paesino di minatori poco distante da Iglesias.

38. Che, come abbiamo visto con Atzeni, non è oggettivamente ricostruibile.

39. Le miniere e la precarietà delle condizioni di vita dei minatori sono ancora una realtà tristemente presente in moltissimi luoghi (cfr. a titolo esemplificativo il foto-reportage de «La Stampa» dal titolo Le miniere di carbone in Sud Africa al link http://www.lastampa.it/2017/03/29/multimedia/scienza/ambiente/le-miniere-di-carbone-in-sud-africa-VmKJKRRELzoGtebnCMVyTJ/gfullslide.html consultato in data 13/05/2017). Si noti anche, a tal proposito, la riapertura delle miniere di carbone negli USA per rispondere alla crisi di posti di lavoro (cfr. Michael TOBIN, With Trump in office, coal mining town begins making comeback, «Fox News U.S.» del 16 marzo 2017 al link http://www.foxnews.com/us/2017/03/16/with-trump-in-office-coal-mining-town-begins-making-comeback.html consultato in data 13/05/2017; Glenn KESSLER, Did President Trump save 77,000 coal mining jobs?, in «The Washington Post» del 27 febbraio 2017 https://www.washingtonpost.com/news/fact-checker/wp/2017/02/27/did-president-trump-save-77000-coal-mining-jobs/?utm_term=.8d3b767b3188 consultato il 13/05/2017).

40. Per restare in Sardegna, si vedano il caso dei poligoni militari e dell’uranio impoverito (tra le tante testimonianze spicca il volume-indagine della giornalista Mariangela MATURI Silenzio di piombo, Round Robin Editrice, Roma, 2016) e il caso della raffineria petrolifera di Sarroch, i cui danni su lavoratori e popolazione sono stati accertati da una ricerca condotta da un’équipe di studiosi dell’Università di Oxford (Marco PELUSO, Armelle MUNNIA, Marcello CEPPI, Roger W. GIESE, Dolores CATELAN, Franca RUSCONI, Roger W. L. GODSCHALK, Annibale BIGGERI, Malondialdehyde–deoxyguanosine and bulky DNA adducts in schoolchildren resident in the proximity of the Sarroch industrial estate on Sardinia Island, Italy, «Mutagenesis», vol. 28, Issue 3, maggio 2013). Ancora, si veda il caso che più recentemente ha scosso le coscienze nazionali, quello dell’Ilva in Puglia, su cui sono stati scritti numerosi interventi su testate giornalistiche e pagine web di taglio medico o specialistico (si vedano, come esempio, gli articoli di Fabio DI TODARO, Ilva choc, a Taranto + 30% di bambini malati, su «La Stampa» del 3 ottobre 2016 http://www.lastampa.it/2016/10/03/italia/cronache/ilva-choc-a-taranto-di-bambini-malati-mWhVKzcQckwHXU4DSgPqjK/pagina.html; Davide DIONISI, ILVA di Taranto: quando il lavoro devasta la salute, su «La medicina in uno scatto» del 28 ottobre 2016 https://lamedicinainunoscatto.it/2016/10/ilva-di-taranto-quando-il-lavoro-devasta-la-salute/; Gianmario LEONE, Taranto, diritto al lavoro e diritto alla salute, in «Siderway. La community dell’acciaio» del 6 ottobre 2016 https://www.siderweb.com/articoli/news/694757-taranto-diritto-al-lavoro-e-diritto-alla-salute. Tutti sono stati consultati il 13/05/2017).

41. Eugenio MARCHESE, Cenno sulle ricchezze minerali dell’isola di Sardegna ad intelligenza della collezione dei minerali utili che si rinvengono nei suoi terreni, Cagliari, 1862, p. 20. Già in Francesco MANCONI, op. cit., pp. 11-12.

42. Quintino SELLA, op. cit., p. 241.

43.  «… Il più giovane Comune del Regno d’Italia: Carbonia.

… Nel nome la sua origine, il suo compito, il suo destino. E avrà nel suo stemma una lanterna da minatore.

…. Formidabile capacità realizzatrice e organizzatrice…

…Trovarono una landa quasi completamente deserta: non un uomo, non una casa, non un sentiero, non una goccia d’acqua: solitudine e malaria.

… Sotto la nuda scorza della terra, l’immensa ricchezza dell’autarchico carbone italiano, non inferiore ai carboni stranieri, che si chiamerà «carbone Sulcis», attendeva le squadre dei minatori» (IT, 59-61).

44. Manlio BRIGAGLIA, op. cit., p. 11.

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Silvia Cavalli

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