N°4 / Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

Il lavoro tra reportage e narrazione: il caso della miniera

Daniel Raffini
Il lavoro tra reportage e narrazione:  il caso della miniera

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1. Tra fiction e non-fiction

 

Tra le tendenze letterarie più recenti un posto privilegiato spetta al ritorno del realismo, spesso indicato come prova dell’esaurirsi del postmoderno.[1] Tale ritorno si caratterizza per il suo esprimersi attraverso le forme della non-fiction. Tuttavia, se si parla di ritorno e non di scoperta è per sottolineare che il realismo, lungi dall’essere un’innovazione degli ultimi decenni, è sempre stato un elemento centrale dell’attività letteraria, così come lo sono stati i generi non finzionali. Si pensi a quanti testi di non-fiction occupano gli scaffali dei classici greci e latini: dalle opere storiografiche di Erodoto e Tucidide, ai veri e propri reportage di guerra di Giulio Cesare fino alle descrizioni naturalistiche di Plino il Vecchio. Allo stesso modo la letteratura italiana ha sempre usato forme ibride tra fiction e non-fiction. A tal proposito scrive Wu Ming:

 

La storia della letteratura italiana, per quanto possa sembrare strano, è in larga parte una storia di non-fiction scritta con tecniche letterarie, o di ibridazione tra fiction e non-fiction. […] Molti classici nostrani non sono romanzi, ma memoriali, trattati, autobiografie, investigazioni storiche, miscele impazzite dei più vari elementi: la Vita nova, Il Principe, la Vita dell’Alfieri, lo Zibaldone di pensieri, la Storia della Colonna Infame, Se questo è un uomo, Un anno sull’altipiano, Cristo di è fermato a Eboli, Il mondo dei vinti, Esperienze pastorali, La scomparsa di Majorana, L’affaire Moro, per arrivare al caso Gomorra.[2]

 

L’ibridazione è un altro punto centrale del dibattito critico intorno alla non-fiction.[3] La categoria stessa presenta caratteristiche di confine: se da una parte si ricorre a scritture di realtà, in particolare quelle legate al giornalismo, dall’altra la non-fiction si avvale di espedienti e modalità appartenenti a generi come il romanzo e il racconto.

 

In questo contesto è possibile inserire il tema del lavoro. Analizzare il rapporto tra lavoro e letteratura significa infatti affrontare anche il nodo tra realtà e finzione, fiction e non-fiction.[4] Il lavoro, tema prediletto di un tipo di scrittura realistico, nel corso del Novecento è stato raccontato in varie modalità: da una parte ci sono testi finzionali, romanzi e racconti che, a partire da personaggi e trame di fantasia, descrivono una realtà lavorativa e sociale specifica e realmente esistente; dall’altro lato troviamo reportage, inchieste, scritti tecnici, resoconti autobiografici o saggi che, in forme avulse dalla finzionalità, documentano il mondo del lavoro. Tra questi due estremi si è spesso avuta una collaborazione, che ha determinato la nascita di scritture finzionali che si avvalgono di dati e forme delle scritture non finzionali.

Tra i generi che meglio hanno saputo raccontare la realtà del lavoro c’è il reportage-inchiesta, che rimanda all’ambito giornalistico e si configura come scrittura non finzionale. Una tipologia testuale che non si può far rientrare propriamente nell’ambito letterario; eppure, a dispetto di delimitazioni che attengono più alla teoria che alla letteratura, molti scrittori di professione hanno fatto ricorso all’inchiesta al fine di descrivere le condizioni sociali e lavorative dell’Italia moderna. In questo senso il reportage può essere considerato come una forma di letteratura impegnata, essendo spesso portatore di una forte carica di denuncia. Attraverso l’inchiesta giornalistica e i testi che ne derivano – i reportage – gli scrittori denunciano condizioni lavorative problematiche. In molti casi – come vedremo – questo si concretizza nel puntare il dito contro i responsabili, in un’azione che assume una forte valenza sociale, grazie anche all’autorevolezza dello scrittore-giornalista che se ne fa carico.

L’ulteriore passo, per addentrarci in un’ottica più prettamente letteraria, è quello di analizzare come i reportage abbiano influito sull’opera narrativa degli scrittori. Qui rientra in gioco il nodo tra fiction e non-fiction. Nei casi in cui gli scrittori traspongono in chiave narrativa, finzionale, l’esperienza reale di cui sono portatrici le inchieste giornalistiche, allora ci troviamo di fronte a un modellamento della fiction sulla non-fiction.[5] Attraverso il ricorso alle inchieste giornalistiche, nei testi finzionali passa tutta la carica di denuncia, l’impegno di cui erano carichi i reportage. L’analisi di questo passaggio ci permette di quantificare il carattere testimoniale di un testo finzionale e di capire i metodi di lavoro degli scrittori nel momento della creazione letteraria.

Dal momento che ogni metodo necessita per essere funzionale di venir testato su un caso reale, ci apprestiamo ad applicare la tipologia di analisi descritta sul caso particolare del lavoro nelle miniere. È questo infatti uno dei filoni più ricchi sul tema del lavoro, un argomento che interessò molti scrittori nel XIX e nel XX secolo e che è stato affrontato sia in forma giornalistica che in forma narrativa. La scelta di questo tema permette una ricerca su un arco cronologico ampio, che va dagli anni 70 dell’Ottocento, con l’opera di Giuseppe Verga, fino agli anni 70 del Novecento, quando appare Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, passando per Pirandello, Cassola, Bianciardi e Sciascia. Questi nomi costituiscono il campione analizzato; un campione che, seppur parziale, è tuttavia sufficiente a dimostrare un interesse continuato verso la tematica mineraria da parte degli scrittori, che attraversa almeno un secolo di storia italiana.

Come si evince dai nomi citati, ci si concentrerà su due zone geografiche significative, dove l’industria mineraria è o è stata molto attiva e altrettanto feconda è stata l’attenzione verso il fenomeno da parte di scrittori e giornalisti. Le due zone in questione sono la Sicilia, con le sue miniere di zolfo, e il grossetano, dove vengono estratte principalmente pirite e lignite. Il filo conduttore di queste scritture è l’attenzione alle condizioni del lavoratore e la denuncia delle situazioni in cui i minatori sono oggetto di sfruttamento o sottoposti a pericoli per la loro salute e incolumità

 

2. La Sicilia

Tra i primi intellettuali a interessarsi della società siciliana alle soglie dell’Unità d’Italia ci sono i giornalisti Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, autori dell’inchiesta La Sicilia del 1876, che è frutto di un viaggio dei due autori attraverso l’isola con il fine di delineare le caratteristiche della società siciliana e proporre soluzioni ai numerosi mali che interessavano la regione. Lo scopo era quello di far conoscere al resto d’Italia tali problematiche e in particolar modo di presentare la questione in Parlamento. Per questo gli autori propongono soluzioni ai problemi e piani di intervento. È la prima volta dall’Unità d’Italia che ci si concentra su un’analisi generale della Sicilia e dei suoi problemi. Franchetti e Sonnino dichiarano fin dalla prefazione al libro di aver condotto l’analisi seguendo i principi di verità e correttezza, senza edulcorazioni né reticenze:

 

Noi abbiamo inteso d’indagare le ragioni intime dei fenomeni morbosi che presenta la Sicilia, e di ritrarre un quadro succinto delle sue condizioni sociali, così diverse da quelle di alcune altre regioni del nostro paese. Esprimendo in ogni singolo caso la nostra opinione schiettamente e senza reticenze o falsi riguardi di convenienza, crediamo di dimostrare nel miglior modo possibile la nostra gratitudine verso i Siciliani, e abbiamo fede di giovare all’Isola più coll’esposizione della verità che non coll’adulazione. Non ci siamo lasciati distogliere dal timore di esser tacciati d’arroganza, perchè trattandosi di quistioni che interessano l’avvenire del paese, riteniamo che ogni cittadino abbia lo stretto dovere di dire apertamente la propria opinione.[6]

 

Gli autori sentono la responsabilità dell’inchiesta che stanno svolgendo e rivendicano l’importanza di parlare, di dire la propria e di denunciare. Come detto, tale elemento diventerà centrale in questo tipo di scritture e sarà la motivazione che porterà scrittori e giornalisti a spingersi nelle zone più remote d’Italia, quelle zone mai raggiunte dalla Storia, per descrivere e denunciare le condizioni degli ultimi. In questo riconosciamo la prospettiva propria di molta letteratura novecentesca, di quella letteratura che ha saputo dimostrare l’importanza di spostare lo sguardo dalla Storia intesa in senso epico ed eroico alla storia intesa come opportunità di dar voce a chi non ne ha mai avuta. Su questo presupposto si basa gran parte della letteratura del Novecento e su questa base possiamo individuare un filo rosso che unisce esperienze per altri versi così diverse come il Neorealismo e il Postmodernismo, a riprova che alcuni elementi superano le categorizzazioni storiografiche e a ulteriore conferma della permeabilità di tali categorie.

Dalla monumentale inchiesta di Franchetti e Sonnino emergono, oltre all’arretratezza economica della regione, elementi che si rivelano particolarmente importanti se consideriamo l’epoca in cui lo scritto vede la luce. Primo tra tutti è la presenza della mafia, che viene qui descritta con largo anticipo rispetto al riconoscimento del problema da parte dello Stato italiano. Leggendo alcuni passi dell’inchiesta, si riconoscono molte delle caratteristiche delle organizzazioni mafiose che diventeranno tristamente familiari a tutti gli italiani un secolo più tardi:

 

Egli sente raccontare che in quel tal luogo è stato ucciso con una fucilata partita di dietro a un muro, il guardiano del giardino, perché il proprietario lo aveva preso al suo servizio invece di altro suggeritogli da certa gente che s’è presa l’incarico di distribuire gl’impieghi nei fondi altrui, e di scegliere le persone cui dovranno darsi a fitto. Un poco più in là, un proprietario che voleva affittare i suoi giardini a modo suo si è sentita passare una palla un palmo sopra il capo, in via di avvertimento benevolo, dopo di che si è sottomesso. Altrove, a un giovane che aveva avuto l’abnegazione di dedicarsi alla fondazione e alla cura di asili infantili nei dintorni di Palermo, è stata tirata una fucilata. Non era per vendetta, o per rancori; era perché certe persone, che dominavano le plebi di quei dintorni, temevano ch’egli, beneficando le classi povere, si acquistasse sulle popolazioni un poco dell’influenza ch’esse volevano riserbata esclusivamente a sé stesse.[7]

 

Franchetti e Sonnino specificano poi che esistono delle «associazioni per l’esercizio della prepotenza», che prendono appunto il nome di associazioni mafiose, e ne descrivono le caratteristiche più proprie: dalla struttura gerarchica all’intimidazione contro chi tenta di opporsi. Né manca la descrizione di quell’omertà che è ingrediente principale dello strapotere della mafia: quando qualcuno, come gli autori dell’inchiesta, fa domande sul fenomeno, «tutti rispondono che lo ignorano».[8] Infine, ultimo ingrediente, l’ingerenza di tali organizzazioni all’interno del panorama politico locale:

 

Peraltro, è di notorietà pubblica che il tale o il tal altro, persona agiata, proprietario, fittaiuolo di giardini, magari consigliere nel suo Comune, ha formato ed accresce il suo patrimonio intromettendosi negli interessi dei privati, imponendovi la sua volontà, e facendo uccidere chi non vi si sottometta.[9]

 

Molta attenzione è dunque dedicata alla denuncia dei fenomeni criminali che pregiudicano la corretta vita sociale in Sicilia. L’altro elemento importante che emerge dall’inchiesta sono le condizioni dei lavoratori siciliani. La seconda parte del libro è interamente dedicata alle condizioni lavorative di contadini e pastori. Qui si analizza la situazione dei latifondi, che determina l’impossibilità di sviluppo e lo sfruttamento dei contadini. Arrivando al punto che più ci interessa, Franchetti e Sonnino si occupano anche delle miniere e in particolare delle condizioni di lavoro dei fanciulli nelle zolfatare, inserendosi all’interno di una polemica sul lavoro minorile che proprio in quegli anni stava nascendo e apportandovi un notevole contributo. Franchetti e Sonnino mettono in evidenza le pessime condizioni in cui i bambini sono costretti a lavorare fin dalla più tenera età nelle miniere siciliane.

L’inchiesta di Franchetti e Sonnino desterà l’attenzione dello scrittore siciliano che in quegli anni faceva della descrizione degli ultimi l’asse centrale della sua opera narrativa: Giovanni Verga. La tecnica dell’impersonalità, l’estraniarsi dello scrittore dall’opera, l’assenza di un giudizio autoriale – tutti elementi che, com’è noto, sono propri della scrittura verghiana – non presuppongono tuttavia una minore carica di denuncia e di impegno da parte dell’autore. L’atto più carico di impegno che uno scrittore compie è infatti la decisione del tema, la scelta di cosa raccontare; e in questa scelta Verga dimostra la sua forte consonanza con i propositi di Sonnino e Franchetti e di tutti coloro che in seguito decideranno di indagare attraverso la forma del reportage-inchiesta il panorama del lavoro.

Riguardo le condizioni di lavoro dei fanciulli nelle miniere, si nota come Verga avesse letto e fatta propria la denuncia di Franchetti e Sonnino. Con i due giornalisti Verga collaborava per la rivista «Rassegna Settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», periodico fondato e diretto dagli stessi Franchetti e Sonnino e impegnato nel far conoscere le condizioni di vita nel Meridione. Proprio su questa rivista era apparsa l’inchiesta di Franchetti e Sonnino.

Lo stesso Verga è dunque impegnato nella sensibilizzazione a livello nazionale sulle condizioni del Mezzogiorno. Che Verga si fosse fatto carico di denunciare la questione del lavoro minorile nelle miniere risulta evidente da una delle novelle più note dello scrittore, Rosso Malpelo, che apparve nel 1878, poco dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino. In questo caso Verga utilizza il reportage come fonte documentaria per la sua opera narrativa. Franchetti e Sonnino nella loro inchiesta descrivono le condizioni di lavoro dei fanciulli, le giornate lavorative che difficilmente scendono al di sotto delle dodici ore, durante le quali i ragazzi sono costretti a salire e scendere ripide scalinate portando sulle spalle carichi molto al di sopra delle loro forze. Questo ci riporta alla mente la descrizione che nella novella Verga fa del piccolo Ranocchio che «portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo che sembrava ballasse la tarantella».[10] I fanciulli sono soggetti ai soprusi dei loro superiori e si prendono colpe che non sono le loro. Capita anche che, dopo la fatica di portare un carico, il capo «rimanda indietro quando il contenuto non sia di sua soddisfazione: è poi naturalmente il ragazzo quello che ne busca».[11] Questi ragazzi dobbiamo immaginarli rassegnati e rabbiosi come Malpelo quando «si pigliava le busse senza protestare».[12]

Nell’inchiesta si parla delle gerarchie che vigono all’interno della miniera, una struttura a piramide descritta anche da Verga, in cui ognuno è legato al proprio superiore da un debito che difficilmente potrà saldare, generando una situazione di schiavitù di fatto. Sul gradino più basso di questa scala stanno i fanciulli:

 

I picconieri alla lor volta nell’impegnare i ragazzi anticipano loro spesso una trentina di lire che vengono prese dalle famiglie, le quali pure non sono mai in grado di restituirle, onde il ragazzo rimane nelle mani del picconiere in una vera condizione di schiavitù. Se scappa, vien ripreso e riconsegnato al suo padrone, il quale può farne quello strazio che crede.[13]

 

Nell’inchiesta di Franchetti e Sonnino si legge che «il lavoro di fanciulli consiste nel trasporto sulla schiena, del minerale in sacchi o ceste».[14] Questo lavoro massacrante e incessante è lo stesso che Verga descrive in Rosso Malpelo e che paragona al lavoro degli animali da soma. Scrive Verga che Malpelo «si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi».[15] Quella dell’asino morente sarà poi una delle grandi metafore della novella. Anche il padre di Malpelo è paragonato a un «asino da basto»,[16] per quel suo farsi sempre fregare dal padrone e più avanti l’asino morto farà riflettere Malpelo sull’insensatezza della vita.

Il padre è figura centrale nella novella di Verga. Malpelo entra nella cava per lavorare insieme a lui, usanza che, come riferiscono Franchetti e Sonnino, era abbastanza comune nelle miniere siciliane: «Alcuni ragazzi sono figli degli zolfatari: sono questi i meglio trattati, e guadagnano più degli altri. Molti sono orfani o figli naturali, e sono i peggio trattati, perché privi di ogni difesa. Gli altri sono figli di contadini».[17] Malpelo subisce un destino singolare: passa dall’essere figlio di un cavatore all’essere un orfano. La morte del padre rende ancora più necessario il suo lavoro e la madre e la sorella si assicurano che lui resti a lavorare alla cava. In effetti spiegano Sonnino e Franchetti che il lavoro dei ragazzi in molti casi era indispensabile al sostentamento delle famiglie. Per questo sono i genitori i primi a opporsi a qualsiasi legge «che portasse ad una diminuzione dei loro guadagni».[18]

Tuttavia, sostengono Franchetti e Sonnino che la necessità delle famiglie non può essere una giustificazione e che una legge che regoli il lavoro minorile è più che mai necessaria: «I genitori non hanno il diritto di rovinare la salute fisica e morale delle loro creature per guadagnare di più, e nemmeno per campare».[19] Anche Verga in Rosso Malpelo si sofferma sui genitori dei ragazzi. La madre e la sorella di Malpelo lo sfruttano e non gli dimostrano alcuna forma di affetto, mentre alla morte di Ranocchio, l’autore scrive ironico che «sua madre piangeva e si disperava come se il suo figliolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana».[20] Sia Sonnino e Franchetti che Verga dunque denunciano i genitori che mandano i figli a lavorare in miniera compromettendo la loro istruzione e la loro salute.

Nella loro inchiesta Sonnino e Franchetti propongono una soluzione del problema attraverso una legge che dimezzi la giornata lavorativa, tenda a sostituire il lavoro infantile con altri mezzi, ad alzare l’età lavorativa minima e obblighi la costruzione di scuole presso le località di estrazione. Infine, come provvedimento a vantaggio di tutti i lavoratori e non solo dei fanciulli, si dice che «la legge dovrebbe stabilire chiaramente e seriamente la responsabilità del padrone della miniera per ogni danno che nell’esercizio di essa avvenga agli operai, qualunque sia la loro età».[21]

L’inchiesta di Franchetti e Sonnino viene usata da Verga come fonte per la descrizione della realtà che gli interessa. Il reportage entra nel racconto, assicurando la veridicità dei dati riportati. Il tema del lavoro e il problema delle condizioni dei lavoratori siciliani è d’altronde centrale in tutta l’opera di Verga. Già nella novella Nedda, risalente al 1874, l’autore denunciava lo sfruttamento a cui i poveri sono sottoposti nel mondo del lavoro, ma sottolineava d’altra parte l’incapacità degli sfruttati di ribellarsi; un risvolto della medaglia che complica ulteriormente la situazione e di cui sono coscienti anche Franchetti e Sonnino quando scrivono che «i contadini non sono in grado di apprezzare consigli; questi anzi non possono ora nemmeno giungere ai loro orecchi».[22]

Il tema tornerà anche nei romanzi, basti pensare alle vicende dei Malavoglia, dove ingiustizie e prepotenze colpiscono le classi più deboli, elementi ancora una volta presenti anche nell’inchiesta di Franchetti e Sonnino, che aveva svelato a livello nazionale per la prima volta la natura fortemente disparitaria della società siciliana. Il tema del lavoro e dello sfruttamento viene a intrecciarsi qui con gli assi portanti del pensiero verghiano, in particolare con il tramonto del mondo rurale causato dall’avanzare del progresso. Tra un prima e un dopo che sembrano essere profondamente differenti, l’unico elemento costante pare essere proprio lo sfruttamento del lavoro di coloro che appartengono alle classi più umili.

Gli sforzi di Sonnino, Franchetti e Verga sembrano ottenere dei risultati: nel 1879 viene approvata la legge sul lavoro minorile a firma dei deputati Luzzatto, Minghetti e dello stesso Sonnino. Tuttavia la legge si limita a regolare il lavoro minorile, non ad abolirlo. Ed è così che qualche decennio più tardi, nel 1907, un altro siciliano illustre, Luigi Pirandello, tornerà sul tema con il racconto Ciàula scopre la luna, che riprende l’ambientazione di Rosso Malpelo e dimostra come, a quasi trent’anni di distanza, poco sia cambiato nella condizione dei carusi delle miniere siciliane. A dispetto dell’imposizione della mezza giornata lavorativa per i fanciulli, il protagonista della novella di Pirandello lavora tutto il giorno, tanto che appena torna a casa crolla addormentato per la stanchezza. Per questo Ciàula non ha mai visto la luna; la vedrà un giorno che, restando al lavoro fino a notte, se la troverà improvvisamente davanti uscendo dalla miniera e ne rimarrà estasiato. La novella di Pirandello rimanda espressamente, anche nel lessico, a quella di Verga e i due personaggi, Malpelo e Ciàula, risultano imparentati: entrambi sfruttati e maltrattati, entrambi diversi ed esclusi. Anche qui, in sottofondo, riecheggiano le pagine di Franchetti e Sonnino.

Come in Verga, anche in Pirandello il tema del lavoro e delle miniere in Sicilia ritorna nei romanzi, in particolare ne I vecchi e i giovani, in cui lo scrittore prende atto di un cambiamento in corso. Se nulla è mutato dal punto di vista delle condizioni dei lavoratori, tuttavia nei decenni che separano l’opera di Verga da quella di Pirandello si assiste alla crisi dell’industria mineraria, indice di una più vasta crisi che interessa l’intera Sicilia. La campagna di sensibilizzazione nei confronti del Mezzogiorno non aveva avuto l’esito sperato e i problemi erano aumentati invece che diminuire. Per quanto riguarda Pirandello, la crisi dell’industria mineraria e delle zolfatare rappresenta poi un elemento prima di tutto biografico. Il padre dello scrittore gestiva delle miniere di zolfo che nel 1903 vengono colpite da un allagamento, determinando la caduta in rovina della famiglia, che in quelle miniere aveva investito la maggior parte della sua ricchezza. Come sappiamo, questo disastro è la cellula originaria della scrittura pirandelliana: da una parte le difficoltà economiche spinsero lo scrittore a pubblicare i propri testi, dall’altra questo senso della rovina e della disfatta diventerà tema di molte delle sue opere e punto di partenza della sua riflessione sull’esistenza.

Se spostiamo lo sguardo più avanti lungo l’asse della storia letteraria siciliana, ci accorgiamo che il tema della miniera è presente in molti altri scrittori. Potremmo motivare questa presenza così massiccia con il fatto che a partire da Pirandello – e forse proprio grazie all’interpretazione che Pirandello ne dà – la miniera di zolfo diventi per gli scrittori metafora stessa dell’isola, con il suo carattere ctonio e infernale, luogo simbolico di un mondo fortemente problematico come è quello siciliano, che gli scrittori si fanno carico di districare. Un’ulteriore prova della centralità di questo luogo nell’immaginario siciliano sta nel fatto che anche le arti figurative lo accolgono nel loro repertorio, come è testimoniato ad esempio dall’opera del siciliano Renato Guttuso.

Per quanto riguarda l’ambito letterario, limitandoci solo ai nomi più noti, bisognerà citare il racconto di Leonardo Sciascia L’antimonio, inserito nel 1960 nella seconda edizione di Gli zii di Sicilia. Si tratta della storia di un minatore che, dopo essersi salvato da un’esplosione di antimonio in una miniera di zolfo, decide di abbandonare quel lavoro e partire come volontario per la guerra civile in Spagna. In questa fuga troviamo il ribaltamento di tanti altri personaggi, primo tra tutti Rosso Malpelo, che invece non riescono a staccarsi dalla miniera e ne rimangono intrappolati, metaforicamente e spesso anche fisicamente.

Il mondo della miniera in Sicilia entra anche nell’opera di Vincenzo Consolo. Tra le immagini da cui prende spunto Il sorriso dell’ignoto marinaio troviamo proprio quella dei cavatori malati di silicosi. Nel primo capitolo del romanzo, di fronte a un uomo morente, l’ignoto marinaio spiegherà a Madralisca:

 

- È un cavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quell’isola. Non arrivano neanche ai quarant’anni. I medici non sanno che farci e loro vengono a chiedere il miracolo alla madonna negra qui del Tìndaro. Speziali e aromatari li curano con senapismi e infusi e ci s’ingrassano. I medici li squartano dopo morti e si dànno a studiare quei polmoni bianchi e duri come pietra sui quali si possono molare i loro coltellini.[23]

 

Questa immagine deriva da un’inchiesta svolta dallo stesso Consolo per la rivista «Tempo illustrato», in cui si analizzavano le condizioni dei cavatori in Sicilia e il fenomeno. Ancora una volta siano di fronte a una caso in cui la scrittura giornalistica confluisce nella narrativa.

 

3. La Maremma

Un'altra area italiana in cui le miniere costituiscono un elemento importante del paesaggio e dell’immaginario collettivo è il grossetano, le cui alture prendono il nome fortemente significativo di Colline Metallifere. Qui l’estrazione mineraria inizia con gli Etruschi per continuare fino al Medioevo e riprendere, dopo una fase d’arresto, nell’Ottocento. È la storia raccontata da Carlo Cassola e Luciano Bianciardi nei primi capitoli loro reportage I minatori della Maremma, pubblicato nel 1956.[24] Negli anni precedenti i due scrittori si erano recati di persona sui luoghi di lavoro per entrare in contatto diretto con le persone. Le testimonianze degli abitanti e dei lavoratori entrano in maniera massiccia nel libro. Parallelamente Bianciardi e Cassola compiono un attento lavoro di documentazione che gli permette di ricostruire la storia dello sfruttamento minerario nella regione, corredando la loro analisi con dati numerici che indicano l’andamento dell’estrazione nel corso degli anni.

Se dunque una prima parte del libro si fonda sullo studio dei dati, dall’osservazione diretta derivano invece i capitoli sulla descrizione dei centri minerari e delle miniere. Molto suggestivo un passo in cui la miniera viene descritta come una città-labirinto, riprendendo un’immagine che troviamo già in Verga:

 

La miniera è una città sotterranea, con vie principali, piazze, slarghi, incroci, vie secondarie, vicoli ciechi. Le gallerie principali, rivestite in muratura, alte, spaziose, con parecchi binari, bene illuminate da impianti elettrici fissi, corrispondono alle gradi arterie luminose e piene di traffico; le gallerie secondarie, strette, basse, a binario unico, rivestite di modeste armature di legno, illuminate sol dalla lampada del minatore, alle stradette di periferie.[25]

 

L’uso della metafora è solo un esempio della forte componente letteraria di queste pagine, che al resoconto scarno di dati e fatti affiancano passi di grande bellezza di stile e immagini. Brani che si concentrano sulle descrizioni, come il capitolo in cui gli autori parlano dei villaggi minerari, indugiando sulle caratteristiche proprie del paese maremmano; l’assenza di tali caratteristiche rende i nuovi villaggi minerari luoghi tetri, in cui le persone non vogliono vivere perché lì non si sentono parte di una comunità. Assistiamo insomma a un processo inverso a quello descritto finora, dal momento che qui è la scrittura narrativo-letteraria ad entrare all’interno di un contesto di non-fiction, impreziosendone il tessuto.

Per quanto riguarda la descrizione del lavoro in miniera, si notano molte consonanze con la situazione descritta da Franchetti e Sonnino per la Sicilia. Anche nelle miniere maremmane vige una struttura fortemente gerarchizzata, che favorisce lo sfruttamento del lavoro. I dati numerici permettono a Bianciardi a Cassola di sottolineare come l’incremento della produzione non sia stato accompagnato da un adeguato aumento del numero degli operai. Se da una parte ciò è dovuto all’avvento delle macchine, dall’altra gli autori non nascondono che c’è stato un sempre maggiore sfruttamento del lavoro. Un’intensificazione del lavoro che ha ripercussioni sulla salute dei minatori e tra le malattie descritte da Bianciardi e Cassola ritroviamo la silicosi di cui parlerà anche Consolo: «La più grave malattia professionale è la silicosi. […] Sotto l’azione dei perforatori meccanici, o in seguito alle esplosioni di mine, si leva una gran polvere nociva per i polmoni, ma non soltanto per i polmoni».[26]

Bianciardi e Cassola descrivono insomma delle condizioni di lavoro che poco sono mutate rispetto a quelle di fine dell’Ottocento. Tuttavia, se Verga registrava la passività delle classi sfruttate, la loro incapacità di ribellarsi, qui invece Bianciardi e Cassola raccontano l’inizio delle lotte sindacali, dai primi sconclusionati scioperi tardo-ottocenteschi alle più incisive lotte degli anni 1919-1920, passando poi per l’epoca fascista e spingendosi fino al secondo dopoguerra. Le rivendicazioni vengono accolte dai proprietari con dure repressioni e, anche laddove le richieste vengono accolte, si tratta solo di operazioni di facciata, cui seguono quasi subito ritorsioni verso chi si era fatto portavoce del disagio. L’inchiesta di Cassola e Bianciardi ha allora lo scopo di denunciare le responsabilità delle ditte che hanno in gestione le miniere e in particolare di quella che è responsabile dell’incidente di Ribolla, la Montecatini.[27] All’inizio del libro, dopo aver ringraziato gli enti e le persone che li hanno aiutati nella ricerca concedendogli di visitare le miniere, gli autori scrivono:

 

Le altre Società, a cominciare dalla Montecatini, hanno invece rifiutato tale permesso, col pretesto delle “misure precauzionali e di sicurezza”. Leggendo questo volume, il lettore si renderà facilmente conto delle vere ragioni del rifiuto.[28]

 

Un tema importante affrontato dai due autori è quello degli incidenti sul lavoro. Viene documentato come fin dall’inizio dell’attività mineraria nella zona ci furono molte morti sul lavoro. Gli autori si concentrano in particolare su due eventi: quello di Niccioleta del 1944 e quello di Ribolla del 1954. La località di Ribolla è teatro del più grande incidente minerario della storia dell’Italia unita. Fin dalle prime pagine Bianciardi e Cassola fanno notare come a Ribolla una tragedia fosse solo questione di tempo.[29] Già ai tempi dei primi scioperi Ribolla:

 

Godeva fama di essere “la più malsana e disagevole delle nostre miniere”. Per cominciare, sorgeva in una zona ancora malarica. I pozzi avevano raggiunto i 140 metri di profondità, le gallerie non erano ventilate e stillavano acqua da ogni parte, gl’incendi e le esalazioni velenose erano all’ordine del giorno.[30]

 

Il 2 giugno 1900 si registra la prima esplosione di grisou, che causa la morte di un operaio e il ferimento di un altro; seguono altri incidenti, con cadenza decennale, fino all’ultimo, quello del 4 maggio 1954. Gli avvenimenti di quel giorno e dei giorni successivi sono fedelmente ricostruiti da Bianciardi e Cassola. Quando arriva la notizia dell’esplosione nessuno sa esattamente cosa fare, i dirigenti della Montecatini temporeggiano e i primi soccorsi saranno organizzati solo dopo parecchie ore. Un ritardo su cui pesa, oltre all’assenza di un piano d’intervento adeguato, anche la consapevolezza che le speranze di trovare sopravvissuti sono praticamente nulle e che le ricerche non potranno fare altro che recuperare cadaveri. Con queste parole Cassola e Bianciardi registrano il sentimento dilagante in quei momenti:

 

Certo la prima “gita” del Camorra era sparita, tutti morti, cinquanta o sessanta, chissà. Le notizie che si diffusero subito dopo erano vaghe e contraddittorie, ma la gravità del disastro fu subito chiara a tutti: le esperienze precedenti avevano insegnato che una esplosione in una miniera di lignite, e in particolare in una miniera “difficile” come quella di Ribolla, assume sempre proporzioni tragiche.[31]

 

E in effetti così sarà: tutti i partecipanti a quella prima spedizione della mattina risultarono morti durante l’esplosione. Dopo pochi giorni si svolsero i funerali a cui – scrivono Bianciardi e Cassola – accorsero circa cinquantamila persone, una folla mai vista da quelle parti. I due autori passano poi a descrivere le reazioni dei giornali. Le maggiori testate italiane attribuiscono la tragedia a un errore umano dei minatori o a una tragica casualità, non mancando di ricordare in toni retorici quel “tributo” che la natura richiede a chi si prende i suoi tesori. Più di un giornale indugia poi sul pericolo di una “speculazione comunista”, che nel lessico dell’epoca vuol dire voler cercare le colpe dei proprietari. Colpe che solo i giornali di sinistra denunciano apertamente, sottolineando le responsabilità della Montecatini. Sulla stessa linea si pongono Bianciardi e Cassola, nella loro ricostruzione, individuano le responsabilità dell’azienda nella mancata osservazione di una serie di regole minerarie. La causa dell’esplosione e della morte dei lavoratori sta nel mancato rispetto delle norme sulla ventilazione della miniera. Tali conclusioni non sono arbitrariamente desunte dai due scrittori, ma risultano confermate dalla relazione emessa dalla delegazione di esperti inviata dal Ministero del Lavoro. La colpa dei dirigenti della Montecatini è quella di aver interrotto per due giorni la ventilazione della miniera:

 

Il 1 maggio 1954 era sabato, e la direzione della miniera, approfittando delle due festività consecutive, fermò l’aspirazione del pozzo 9-bis per cambiare il ventilatore che vi era installato. Il 1 maggio fu montato il nuovo aspiratore e il giorno successivo si attese che il cemento impiegato nell’installazione facesse presa […]. Fu messo in azione alle ore 7 del 3 maggio, dopo 47 ore di fermata. È chiaro che durante queste due giornate […] il grisou ebbe modo di accumularsi.[32]

 

Oltre a questa causa diretta, confermata dalla commissione d’inchiesta, Bianciardi e Cassola riportano le motivazioni delle organizzazioni sindacali, che additano come concause della tragedia il supersfruttamento e un nuovo sistema di coltivazione deciso dalla Montecatini per aumentare la produzione. Si trattava di un sistema cosiddetto a fondo cieco e a franamento del tetto, che determinò la morte di alcuni degli operai che il 4 maggio non furono investiti direttamente dall’esplosione, ma morirono perché rimasero intrappolati in aree della miniera le cui uniche vie d’uscita erano state bloccate da frane. La conclusione di Bianciardi e Cassola è dunque che:

 

Non è stata la fatalità, ripetiamo; la sciagura è successa perché non si teneva in sufficiente e doverosa considerazione la vita dei minatori. […] Le responsabilità penali sono palesi, oggi, ma accanto ad esse altre ne esistono di ordine umano e sociale, responsabilità che non è facile rapportare ad articoli del Codice.[33]

 

In relazione all’incidente di Ribolla si può analizzare il rapporto che si instaura tra il reportage e l’opera narrativa di Bianciardi. Interessante notare che per Luciano Bianciardi questa inchiesta si pone alle soglie dell’attività più propriamente letteraria. Si può dunque pensare che la carica di rabbia nata con l’inchiesta e in particolare dovuta all’incidente a Ribolla sia la spinta per l’avvio di un’attività letteraria fortemente impegnata, come sarà quella di Luciano Bianciardi. Tale rabbia apparirà manifesta in quello che è considerato il suo capolavoro, La vita agra del 1962. Qui Bianciardi torna a quegli eventi che otto anni prima aveva vissuto da vicino. Il protagonista de La via agra non può che essere un personaggio autobiografico, almeno in parte.[34] Egli è testimone dell’incidente di Ribolla, in seguito al quale decide di trasferirsi a Milano, come fa lo stesso Bianciardi. Tuttavia le motivazioni che spingono il protagonista del romanzo a trasferirsi sono diverse da quelle dello scrittore e contemplano la vendetta.[35] Il protagonista del romanzo è, come il protagonista del racconto L’antimonio di Sciascia, un sopravvissuto rispetto ai suoi compaesani morti nell’esplosione. A differenza del personaggio sciasciano, il protagonista di Bianciardi non riesce però a superare il trauma lanciandosi in una nuova avventura, ma rimane ancorato a quell’esperienza e si reca a Milano per vendicare la morte dei minatori facendo esplodere la torre che ospita gli uffici della ditta responsabile dell’incidente, una ditta che dalla descrizione risulta essere senza dubbio la Montecatini: «E il nome è d’un paesino della val di Cecina, che pochi hanno visto, e infatti molti preferiscono credere che il paese sia l’altro, l’omonimo, il famoso, dove da almeno un secolo i benestanti vanno a purgarsi».[36]

 

Molti sono gli elementi che passano dall’inchiesta al romanzo. Uno di essi è la descrizione dei villaggi minerari. Parlando di Ribolla scrive in La vita agra che il villaggio si presenta come:

 

Un grappolo di casupole e di camerotti sparsi in disordine, senza tracciato vero e proprio, secondo le ondulazioni della breve piana interrotta dai cumuli dello sterile, dagli alti tralicci dei pozzi, dagli sterrati ingombri di materiale, travi di armatura, caviglie, panchini, bozze di cemento.[37]

 

Una descrizione che rimanda a quell’assenza di identità e a quel paesaggio segnato già descritto ne I minatori della Maremma. Ciò che passa dal reportage è anche l’orgoglio e la forza di quei minatori che per quelle case vecchie e pericolanti investivano ogni loro sacrificio: «Ma ricordo che le famiglie ci resistevano, a forza di cambialette s’erano comprata la cucina e la radio, i giovani s’erano fatta la moto e la domenica andavano a Follonica per i bagni».[38] La descrizione di questi luoghi nel romanzo La via agra corrisponde quasi letteralmente con quella che Cassola e Bianciardi avevano fatto ne I minatori della Maremma. La scrittura documentaria è trasposta in maniera fedele all’interno del contesto della finzione narrativa. Tuttavia – come abbiamo già notato – questi sono i passi più letterari dell’inchiesta e dunque la loro trasposizione all’interno del romanzo è praticamente automatica. Meno scontato è l’utilizzo all’interno della narrazione di quelle competenze tecniche che Bianciardi aveva appreso durante l’inchiesta nel grossetano. Eppure in La vita agra troviamo passi come questo:

 

Il bisolfuro di ferro va frantumato nella misura di due tre millimetri, diventa cioè una sabbia granulosa e verdastra, che arrostisce ed esala gas solforosi, avviati verso le camere di piombo dove, a contatto con l’acqua e con la nitrosa, gocciola giù acido solforico.[39]

 

Perfino i dati sulle estrazioni raccolti durante l’inchiesta, quella parte numerica che pare essere la più inservibile ai fini letterari, entrano all’interno della narrazione di La Vita agra, come quando Bianciardi scrive: «Un milione di tonnellate ne tirarono fuori, i bolgiatori e i picconieri delle mie parti, l’anno che scoppiò la seconda guerra mondiale».[40]

Oltre alla descrizione del paesaggio e ai dati ciò che passa in queste pagine è ancora una volta la denuncia. Il narratore racconta di come il dopoguerra abbia portato con sé la crisi dell’industria mineraria. Per questo motivo dalla sede centrale della Montecatini iniziarono a premere per ottenere più produttività. Interessante notare che Bianciardi qui porti avanti la narrazione dal punto di vista del direttore della miniera, che, spinto dai dirigenti dell’azienda a perseguire la filosofia del «qui bisogna fare meno storie e aumentare il tonnellaggio»,[41] decide di modificare le modalità di lavoro. Proprio questa modifica sarà tra le cause della tragedia:

 

Era tempo di finirla, con tutti quei lavativi a scarriolare terriccio fino alla bocca dei pozzi. Quando l’avanzamento ha esaurito un filone, che bisogno c’è di fare la ripiena? È tutto tempo perso, tutta gente che mangia a ufo. Si disarma, si recupera il legname, e poi il tetto frani pure. E non c’è nemmeno bisogno di tracciare gli avanzamenti a giro d’aria. Si può anche scavare a fondo cieco, basta un ventilatore che ci forzi l’aria dentro, no?[42]

 

La scelta di installare il nuovo ventilatore il primo maggio è dettata dalla necessità di non sprecare tempo utile al lavoro e sfruttare il giorno di festa; e così anche la decisione di riaprire il giorno tre, senza lasciare il tempo per un opportuno ricambio d’aria:

 

Ma la mattina del tre la festa era finita, e allora sotto a lavorare lignite. Si erano riposati abbastanza o no, questi pelandroni? Eppure il caposquadra aveva fatto storie: diceva che dopo due giorni senza ventilazione, giù sotto, era pericoloso scendere, bisognava aspettare altre ventiquattr’ore, far tirare l’aspiratore a vuoto, perché si scaricassero i gas di accumulo. Insomma, pur di non lavorare qualunque pretesto era buono.[43]

 

Una descrizione che rimanda a quella già fatta ne I minatori della Maremma, ma che nel romanzo Bianciardi decide di rielaborare da un punto di vista insolito, per sottolineare quale fu la mentalità che determinò l’incidente, l’opportunismo e la leggerezza che portarono alla tragedia.

A livello più ampio, se si guarda all’intero romanzo, si può notare che l’episodio di Ribolla funge da motore dell’azione su un doppio livello: da una parte al livello dell’autore, che decide di scrivere per sfogare la rabbia che deriva da quell’evento di cui è stato testimone; dall’altra al livello della narrazione, in cui protagonista è mosso dall’incidente verso una vendetta la cui realizzazione costituisce la trama del romanzo. L’evento reale funge sia da motivazione esterna alla scrittura che da motore narrativo dell’azione. In termini narratologici si potrebbe definire l’incidente di Ribolla come la rottura dell’ordine prestabilito, che costituisce l’avvio di un’azione volta a cercare di ripristinare quella normalità. Con la differenza che nel romanzo di Bianciardi la normalità non può essere ricostruita; ciò che l’incidente ha portato via non potrà tornare e il protagonista cerca, spinto dalla rabbia, un’azione compensativa attraverso vendetta nei confronti della Montecatini. Ancora una volta, ci troviamo di fronte a un tipo di scrittura al confine tra fiction e non-fiction, in cui i dati reali vengono trasposti all’interno di una narrazione finzionale.

 

Conclusioni

I testi presi in esame dimostrano come nel panorama del lavoro spesso gli scrittori si siano serviti per la stesura di romanzi e racconti di forme di scrittura non-finzionali. In questo modo lo scrittore riesce e conferire alle opere un carattere di verità e accuratezza e ne fa dei testi di carattere impegnato, che descrivono una realtà con il fine di denunciarne le storture e i malfunzionamenti. In alcuni casi, come per Bianciardi e Consolo, le inchieste sono portate avanti dagli stessi scrittori, mentre in altri casi, come in Verga, lo scrittore si appoggia sul lavoro di altri. Come si è visto, in entrambi i casi le tracce del reportage sono evidenti nel racconto o nel romanzo, dimostrando una filiazione diretta tra i testi.

Le opere prese in esame possono dunque essere accostate a quella contaminazione tra fiction e non-fiction che molti critici hanno messo in luce parlando della letteratura degli ultimi decenni e dimostrano che tale modalità di ibridazione e interazione è presente anche nella letteratura di epoca storica e in autori canonizzati. Altro elemento importante che emerge è il legame che si instaura tra questo tipo di contaminazione e il tema del lavoro. Non che non esista l’ibridazione legata ad altri temi, ma nel caso di tematiche legate al lavoro l’interazione tra le fiction e la non-fiction risulta particolarmente funzionale. A livello della teoria letteraria, questo ci dimostra come i generi possano modificarsi e contaminarsi anche in base al tema scelto, scardinando – se ancora ce ne fosse bisogno – la dicotomia troppo stretta tra forma e contenuto che a lungo ha caratterizzato gli studi letterari.

Quello che appare dagli esempi è che quando si parla di lavoro è possibile uno sfaldamento dei confini tra fiction e non-fiction. La letteratura sul lavoro, anche quando si esprime attraverso a generi più propriamente finzionali come il racconto e il romanzo, può riassumere in sé forme della non-fiction, come appunto i reportage giornalistici o tipi di scrittura autobiografica o tecnica. La forma del racconto e del romanzo si contamina con altre forme, anche non letterarie, come risultato della scelta di trattare un tema, fortemente legato alla realtà, come quello delle condizioni dei lavoratori. Attraverso l’analisi del caso particolare del lavoro in miniera nelle due aree italiane prese in esame, si è dunque tentato di dimostrare da un lato l’importanza delle scritture non finzionali nella descrizione del mondo del lavoro in letteratura, dall’altra come la commistione tra scritture finzionali e non finzionali sia presente ben prima dell’affermazione contemporanea della categoria di non-fiction.

 

 

Bibliografia

 

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BIANCIARDI Luciano, La vita agra [1962], Rizzoli, Milano, 1971.

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CANAVACCIUOLO Laura, Il Lavoro culturale. Autobiografia e finzione nell’esordio narrativo di Luciano Bianciardi, «Annali dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale», L, 2, 2008, pp. 351-359.

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GERVASI Paolo, Francesca LORANDINI, Pietro TARAVACCI (a cura di), Mash up. Forme e valenze dell’ibridazione nella creazione, «Ticontre», 5, 2016.

MAIOLANI Michele, Bianciardi personaggio di romanzo? La vita agra tra pseudobiografia e allegoria, «Italianistica», XLVI, 1, 2017, pp. 155-173.

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SPORTELLI Annamaria (a cura di), Generi letterari. Ibridismo e contaminazione, Laterza, Roma-Bari, 2001.

VERGA Giovanni, Novelle, Deagostini, Novara, 1996.

 


[1] Molte riviste si sono occupate in tempi recenti dell’argomento. Si veda il dibattito che ha avuto luogo nel 2008 su «La nazione indiana» e i numeri monografici Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno di «Allegoria» (LVII, 2008, n.57) e Orizzonti. Raccontare dal vero di «Lo Straniero» (n.186-187, dicembre 2015-gennaio 2016). Tra gli studi monografici sull’argomento si veda: Luca SOMIGLI (a cura di), Negli archivi e per le strade. Il ritorno della realtà nella narrativa di inizio millennio, Aracne, Roma, 2013; Raffaello PALUMBO MOSCA, L’invenzione del vero, Gaffi, Roma, 2014; Raffaele DONNARUMMA, Ipermodernità, Il Mulino, Bologna 2014.

[2] WU MING, L’#Armata dei Sonnambuli, la fiction, l’archivio, il Quinto Atto e #Bioscop «unplugged», «Lo Straniero», 168, giugno 2014.

[3] Cfr. Paolo GERVASI, Francesca LORANDINI, Pietro TARAVACCI (a cura di), Mash up. Forme e valenze dell’ibridazione nella creazione, «Ticontre», 5, 2016; Hanna SERKOWSKA (a cura di), Finzione cronaca realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, Transeuropa, Massa, 2011; Annamaria SPORTELLI (a cura di), Generi letterari. Ibridismo e contaminazione, Laterza, Roma-Bari, 2001.

[4] Per rapporto tra la non-fiction e lavoro si veda: Silvia CONTARINI (a cura di), Letteratura e azienda. Rappresentazioni letterarie dell’economia e del lavoro nella letteratura italiana degli anni 2000, «Narrativa», 31/32, Presses Universitaires de Paris Ouest, Parigi, 2010.

[5] In un saggio sull’ibridazione della non-fiction contemporanea Marco Mongelli scrive: «Dal reportage narrativo e dalle altre forme di narrazione a base giornalistica, di inchiesta, siamo giunti alla produzione di testi dove è evidente un’intenzionalità non solo narrativa ma anche romanzesca e soprattutto una vera e propria ambizione letteraria. La specificità contemporanea della pratica dell’ibridazione di fiction e non-fiction risiede proprio in questo. Il materiale non-finzionale risulta infatti oggi embricato nella fiction in maniera più pregnante e allo stesso tempo la rielaborazione finzionale mostra una ragione e un senso originali e peculiari» (Marco MONGELLI, Il reale in finzione. L’ibridazione di fiction e non-fiction nella letteratura contemporanea, «Ticontre», IV, 2015, p.166)

[6] Leopoldo FRANCHETTI, Sidney SONNINO, La Sicilia del 1876 [1977], Vallecchi, Firenze, 1925, p. IV.

[7] Ivi, p. 2.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Giovanni VERGA, Rosso Malpelo [1878], in Novelle, Deagostini, Novara, 1996, p. 92.

[11] Leopoldo FRANCHETTI, Sidney SONNINO, op.cit., p. 332.

[12] Giovanni VERGA, op.cit., p. 91.

[13] Leopoldo FRANCHETTI, Sidney SONNINO, op.cit., p. 333.

[14] Ivi, pp. 331-332.

[15] Giovanni VERGA, op.cit., p. 88.

[16] Ibidem.

[17] Leopoldo FRANCHETTI, Sidney SONNINO, op.cit., p. 334.

[18] Ivi, p. 332.

[19] Ibidem.

[20] Giovanni VERGA, op.cit., p. 101.

[21] Leopoldo, FRANCHETTI, Sidney SONNINO, op.cit., p. 336.

[22] Ivi, p.315.

[23] Vincenzo CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio [1976], Mondadori, Milano, 1987, p. 6.

[24] L’inchiesta uscì inizialmente in rivista e poi in volume presso le edizioni Laterza. Per notizie sulla genesi del libro si veda Velio ABATI, La nascita dei “Minatori della Maremma”, Giunti, Firenze 1998.

[25] Luciano BIANCIARDI, Carlo CASSOLA, I minatori della Maremma [1956], ExCogita, Milano, 2004, p. 35.

[26] Ivi, pp. 49-40.

[27] Bianciardi dichiara a più riprese la vicinanza e l’impegno dell’intellettuale verso la classe operaia: «Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in quale modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me» (in Nascita di uomini democratici, «Belfagor», VII, 4, 31 luglio 1952).

[28] Luciano BIANCIARDI, Carlo CASSOLA, op.cit., p. 11.

[29] Lo stesso Bianciardi aveva già denunciato la situazione dalle pagine di «Avanti!» negli articoli Si smobilita in silenzio nelle miniere di Ribolla (28 luglio 1953) e A passo di gambero il lavoro nelle miniere (29 novembre 1953). In seguito alla tragedia tornerà a parlare di Ribolla in «La Voce degli Assegnatari», «Cinema nuovo», «Cultura moderna» e «Critica sociale» (cfr. Luciano BIANCIARDI, L’antimeridiano, Isbn Edizioni, Milano, 2008, vol. 2,     p. 334).

[30] Luciano BIANCIARDI, Carlo CASSOLA, op.cit, p.67.

[31] Ivi, p. 137.

[32] Ivi, p.146.

[33] Ivi, p. 154.

[34] Sulle forme peculiari di autobiografismo in Bianciardi si veda Massimo COPPOLA, Alberto PICCININI, Luciano Bianciardi. L’io opaco, in L’Antimeridiano, Isbn, Milano 2005. La vita agra si pone a metà strada tra autobiografismo e trasfigurazione letteraria (cfr. Michele MAIOLANI, Bianciardi personaggio di romanzo? La vita agra tra pseudobiografia e allegoria, «Italianistica», XLVI, 1, 2017, pp. 155-173). La via intermedia tra finzione e realtà sembra d’altronde cifra fondamentale e primordiale della scrittura di Bianciardi, presente fin dall’esordio in Il lavoro culturale (Cfr. Laura CANAVACCIUOLO, Il Lavoro culturale. Autobiografia e finzione nell’esordio narrativo di Luciano Bianciardi, «Annali dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale», L, 2, 2008, pp. 351-359).

[35] Sul rapporto inverso tra l’esperienza dell’autore e quella del personaggio scrivono ancora Coppola e Piccinini: «Ne La vita agra l’ordine degli eventi viene invertito: l’io opaco arriva da Grosseto per vendicare i minatori, l’adesione alla “grossa iniziativa” politico-ediatoriale è soltanto una copertura. La verità è che a Bianciardi capita più o meno il contrario: venuto a Milano per partecipare alla grossa iniziativa culturale, ne rimane deluso e finisce per immaginare l’attentato» (op. cit., p. XIII).

[36] Luciano BIANCIARDI, La vita agra [1962], Rizzoli, Milano, 1971, p. 36.

[37] Ivi, p. 37.

[38] Ibidem.

[39] Ivi, p. 36.

[40] Ivi, p. 37.

[41] Ivi, p. 41.

[42] Ibidem.

[43] Ivi, p. 43.

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