N°4 / Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

Introduzione

Carlo Baghetti
Introduzione

Résumé

Νότος n. 4

Letteratura e lavoro in Italia. Analisi e prospettive

a cura di Carlo Baghetti 

 

Ad Alessandro Leogrande
che ha realizzato nella vita e nella scrittura
l’ascolto profondo

Mots-clés

Aucun mot-clé n'a été défini.

Plan de l'article

Télécharger l'article

Carlo Baghetti

(Aix-Marseille Université, Università di Roma “La Sapienza”)

 

Introduzione

Il presente numero di «Notos» sulle rappresentazioni letterarie del lavoro è il frutto di un lungo lavoro, iniziato con un panel che si svolse a Bâton Rouge, presso la Louisiana State University (LSU), nell’aprile del 2016. Il quadro era quello del convegno annuale dell’American Association of Italian Studies (AAIS), ma solo una minima parte degli articoli qui presenti provengono da quel primo incontro; la maggior parte, sono il frutto di una call for paper che ha dimostrato, una volta di più, la grande attenzione che la critica riserva alla tematica lavorativa.

C’è un dato che sorprende sempre meno chi studia questo panorama ed è la trasversalità degli approcci che i ricercatori adottano trattando l’argomento, nonché le finalità perseguite attraverso il prisma della letteratura del lavoro. Questa caratteristica è, si può dire, congenita al tema, infatti si ritrova anche in altri volumi miscellanei quali il numero 31/32 della rivista «Narrativa», dedicato a Letteratura e azienda,[1] oppure in Le culture del precariato,[2] ma - andando un po’ indietro nel tempo alla ricerca di un’ulteriore conferma - si ritrova nei due volumi che raccolgono gli atti A.I.S.L.L.I., curati da Giorgio Barberi Squarotti e Carlo Ossola dal titolo Letteratura e industria.[3] I tre esempi evocati, tra i molti altri possibili, rappresentano un punto di partenza con il quale il presente numero entra in dialogo e a cui risponde con nuove proposte, aggiornando il dibattito e inserendosi in quella scia, sempre più consistente - e non solo di miscellanee -, che sta trovando in Italia e all’estero terreno fertile per dare corpo a una solida e articolata riflessione sulle rappresentazioni del lavoro.

Le questioni aperte sono numerose, tanto da un punto di vista sociale, poiché come appare evidente «nellultima fase dello sviluppo capitalistico, la tensione sempre latente tra lavoro e impiego, tra lavoro vivo e lavoro subordinato, è deflagrata in una crisi evidente che ha minato la centralità sociale e politica del salariato»,[4] quanto da quello delle sue rappresentazioni artistiche (letterarie innanzitutto, ma anche teatrali, musicali, figurative, sebbene meno studiate), che riescono ad offrire al lettore degli oggetti attorno ai quali riflettere e riflettersi, per cercare di capire meglio il rapporto con il proprio lavoro, o l’assenza di questo, in un momento di passaggio delicato.

La decisione di lanciare una call for paper aperta a tutta la letteratura del lavoro, e non solo su un arco cronologico preciso, era motivata dal desiderio di sondare gli interessi dei critici riguardo alla materia, con la volontà di offrire al lettore un volume completo e variegato, che possa soddisfare interessi diversi. Questa scelta ha portato risultati non scontati: anzitutto, la preoccupazione per la contingenza socio-economica presente non ha attratto tutte le energie intellettuali nell’analisi della letteratura contemporanea; al contrario, resiste una decisa attenzione per la letteratura industriale e per quanto la precede. È il caso dell’articolo di Claudio Panella, che apre la prima sezione del volume Miniere, fabbriche e lavoro intellettuale dalla fine del XIX secolo al secondo dopoguerra inoltrato, il quale si concentra sul dibattito ideologico e critico che va dall’inizio del XX secolo fino alla sua metà, attraverso il doppio osservatorio d’Italia e Francia: afferrando l’antica alternativa tra letteratura e documento che ha sempre accompagnato il giudizio su questa produzione, riesce a mettere in luce le conseguenze che derivano dalle diverse posizioni. A questo tipo di analisi se ne affianca una più letteraria, ma che guarda ad un mondo del lavoro che oggi è scomparso dall’Italia, ovvero quello delle miniere: i contributi di Daniel Raffini e Carola Farci vanno in questa direzione. Il primo s’interessa all’influenza dei documenti ufficiali, delle fonti, sulle rappresentazioni letterarie, una posizione da prendere in considerazione anche all’interno del dibattito sulla non-fiction, terreno concomitante a quello della letteratura del lavoro; la seconda, invece, si limita ad un’unica zona geografica, la Sardegna, ma a diverse tipologie di rappresentazione, il romanzo, la pièce teatrale e il fumetto, le quali godono di uno statuto diverso all’interno della cultura italiana, ma proprio grazie a questa diversa ricezione sono utili per cogliere l’importanza della miniera e delle sue narrazioni in periodi storici diversi.

I contributi di Silvia Cavalli e Daniela Vitagliano fanno avanzare il discorso sulla linea cronologica e lo portano a dopo la Seconda guerra mondiale; la prima, attraverso lo studio del lavoro preparatorio di alcuni numeri de «il menabò», tratteggia le personalità diverse e in qualche modo complementari di Vittorini e Calvino, le due “anime” della rivista, che hanno idee molto diverse circa il ruolo che la letteratura doveva avere nei confronti della realtà; il secondo contributo, invece, va alla ricerca del concetto di lavoro all’interno dell’opera di Pavese, arricchendo tale indagine attraverso la lettura dei diari e mostrando come il lavoro, nelle sue molteplici forme, innerva molte pagine dell’autore e si presta a fare da fil rouge di gran parte della sua opera, tanto di critico, quanto di scrittore.

Ancora a un passo di distanza dall’analisi letteraria si pongono gli ultimi due contributi della prima sezione, quello di Cristina Nesi e di Sergio Ferrarese. Il primo contributo, partendo dallanalisi architettonica della fabbrica olivettiana di Pozzuoli, analizza la forma funzionalee quella finzionalenellopera di Ottiero Ottieri, mettendo a nudo il mito della trasparenza sotto il fuoco incrociato dellutopia di Adriano e quello, ben più critico, del controllo onnivedente foucaultiano; il secondo saggio, si concentra sulla figura e sul pensiero di Franco Fortini, e opera la ricomposizione di un retroterra critico e culturale definito molto utile a collocare i testi contemporanei all’interno di un discorso di lunga durata.

La seconda sezione del volume - intitolata Dimensioni intime del lavoro contemporaneo. Alienazione, disoccupazione e morte per lavoro - si apre con due saggi che, dialogando indirettamente tra loro, mostrano l’ambiguità del termine “precarietà”. Infatti il primo articolo, di Federica Vincenzi, è dedicato alla figura di Fabrizia Ramondino, figura oggi forse poco studiata, ma che attraverso una scrittura saggistica e non-finzionale permette di riportare alla luce il fenomeno della precarietà lavorativa nella Napoli degli anni Settanta; una precarietà molto diversa da quella attuale, che invece è il frutto (in parte) di un’evoluzione normativa che Carolina Simoncini analizza in maniera chiara nella parte iniziale del suo saggio, prima di addentrarsi nell’analisi delle opere di Valenti e Murgia.

A questo primo dialogo ne segue un altro, altrettanto indiretto, tra Paolo Chirumbolo e Francesca Favaro, i quali scrivono entrambi della rappresentazione letteraria della morte, elemento molto presente all’interno di questa narrativa. Se l’oggetto del ragionare è lo stesso, diversi sono i punti di partenza: il primo, analizza la sottile traccia che separa le categorie di morti bianchee di omicidi colposi, partendo proprio dal dato linguistico ed etimologico per giungere a individuare uno dei possibili ruoli che lo scrittore contemporaneo, nonostante il cambiamento radicale del suo ruolo, ha e deve avere oggi: la ricerca di un linguaggio che permetta alla veloce società neoliberista di fermarsi e riflettere sul peso specifico delle parole impiegate; la seconda, porta a conseguenze stringenti un parallelismo che da più parti si avanza,[5] quello del lavoro e della tragedia, e lo fa in maniera rigorosa, applicando e verificando passo dopo passo lo schema della tragedia classica su due testi che, per certi versi, sono diventati già dei “classici” dell’Asbestos Narrative, così definita da Monica Jansen.[6]

Chiude la sezione il saggio di Alessandro Ceteroni che proponendo un’analisi di tipo letterario analizza il personaggio del manager in uno dei testi-paradigma della letteratura aziendale, Il dipendente di Sebastiano Nata; dallo studio emergono alcune costanti psicologiche del mondo del lavoro contemporaneo (alienazione, ritorno del rimosso, coincidenza tra sfera erotica e sfera lavorativa, ecc.) che sono utili a tracciare una linea di continuità con i romanzi appartenenti alla letteratura industriale.

La terza sezione, che raccoglie i due contributi di Alessia Terrusi e Paolo Steffan, è intitolata La lingua e il mito del lavoro, perché nei due contributi tali concetti  s’intrecciano in profondità: Alessia Terrusi, partendo dall’utilizzo del mito da parte di Bontempelli, arriva a individuare uno dei punti di snodo in cui l’attività intellettuale, non producendo oggetti “utili” e “consumabili”, comincia ad essere percepita e vissuta in maniera diversa rispetto al passato; Paolo Steffan, invece, ragiona sul lavoro come mito fondatore della cultura veneta, in grado di creare anche una lingua-lavoro, che s’impasta di elementi dialettali e di ciò che lautore chiama il grezzo, ovvero «un idioma tecnico paradialettale di consumo».

La sezione che chiude il volume è dedicata alle narrazioni che si costruiscono intorno al concetto di migrazione. Romano Summa nel suo saggio indaga l’opera di tre autori contemporanei, Anselmo Botte, Marco Rovelli e Alessandro Leogrande, mettendo in luce gli elementi che permettono di parlare di una nuova letteratura “impegnata”; Vittorio Valentino, invece, affronta il problema dell’identità nel secolo della precarietà geografica e lavorativa.

Provando a abbracciare con lo sguardo l’intero numero si può notare, intanto,  che alcuni contributi sono in dialogo tra loro su argomenti capitali, quali la definizione - in fin dei conti politica - del termine “precarietà”, oppure su argomenti che forse solo attraverso l’opera letteraria riescono ad essere considerati con maggiore serietà e profondità di quanto viene fatto dalla comunicazione giornalistica spettacolarizzata, è il caso delle morti sul lavoro o a causa del lavoro.

Altro dato che emerge da alcuni saggi è il persistere di una certa distanza dall’analisi letteraria vera e propria dei romanzi, ovvero il manifestarsi di un bisogno di chiarire, prima di tutto, i termini del dibattito e poi studiare le forme (anche queste molto diverse tra loro) che i testi presentano, i concetti che veicolano; in una certa misura la letteratura viene utilizzata come viatico e punto di passaggio per ragionare su altro. Da questo allargamento dei confini, deriva l’interesse per teorici, filosofi, sociologi e altre figure diverse da quella del romanziere, una disposizione di pensiero che dà a questa critica letteraria un approccio fortemente interdisciplinare. Ultimo elemento da mettere in evidenza, è come il filtro lavorativo venga utilizzato oggi per leggere autori ai quale tale prospettiva era rimasta finora distante. Aggregare a questo mini-canone scrittori che finora non vi avevano partecipato, è una dimostrazione ulteriore della centralità di un dibattito urgente, che riesce a inglobare al suo interno anche elementi eterogenei.

 


[1] Aa. Vv., Letteratura e azienda. Rappresentazioni letterarie delleconomia e del lavoro nellItalia degli anni 2000, in «Narrativa», n. 30-31, Paris, Presses universitaires de Paris Ouest, 2010.

[2] Silvia CONTARINI, Monica JANSEN, Stefania RICCIARDI, Le culture del precariato, Verona, Ombre corte, 2015.

[3] Giorgio BARBERI SQUAROTTI, Carlo OSSOLA (a cura di), Letteratura e industria: atti del 15° Congresso A.I.S.L.L.I., Torino, 15-19 maggio 1994, 2 voll., Firenze, L. S. Olschki, 1997.

[4] Luca SANTINI, Dalla precarietà al commonfare, in «Alfabeta 2», online URL: https://www.alfabeta2.it/2017/10/03/dalla-precarieta-al-commonfare/, ultima consultazione 3 ottobre 2017.

[5] Si noti che anche al convegno Compalit 2016, dedicato alle “Le maschere del tragico”, era presente una sessione intitolata Il lavoro nella letteratura: forme e funzioni di una tragedia contemporanea.

[6] Monica Jansen, The Uses of Affective Realisme in Asbestos Narratives: Prunetti’s Amianto and Valenti’s La fabbrica del panico, in Loredana Di Martino, Pasquale Verdicchio, Encounters with the Real in Contemporary Italian Literature and Cinema [2017], Cambridge Scholars Publishing, Cambridge, pp. 3-27.

Continuer la lecture avec l'article suivant du numéro

Le scritture dei lavoratori tra dispute ideologiche e spartizioni di campo nella prima metà del XX secolo

Claudio Panella

Lire la suite

Du même auteur

Tous les articles

Aucune autre publication à afficher.