Varia n°2 / Narrations

Bisogna inventare una storia

Marcella Di Franco
Bisogna inventare una storia

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Bisogna inventare una storia


Un racconto di Marcella Di Franco

 


Oggi piove ed una storia bisogna pure inventarsela. Anch’io mi chiedo quale rapporto logico possa sussistere tra una pioggia e una storia. Nessuno, ma la mia mente è uno schermo bianco; e poiché il bianco è pur sempre un colore, è pur sempre qualcosa, quest’ultima proposizione è allora tutta da rifare: la mia mente non contiene nulla: è vuota e bucata. Il vuoto, d’altra parte, mi fa pensare ad un dirupo, alla ripida scarpata di una montagna che precipita a strapiombo, e nello strapiombo scosceso e senza appigli ci sono io che cado e, nella mia rovinosa discesa, ci sono le gocce di pioggia che rigano i vetri trasparenti della finestra, dentro questa grande stanza.


Mentre formulo queste parole nella mia mente e le travaso nell’inchiostro, con tutta l’immaterialità di una finestra e di una stanza sospinte sulla carta, mi accorgo che la mia attenzione non è rivolta ad una stanza o ad una finestra qualunque, ma ad un nudo aggettivo: ‘trasparente’. Penso che forse, attraverso la trasparenza dei vetri, sia pure dilavati dalla pioggia, e sui quali l’orizzonte appare frastagliato dalle miriadi di gocce che si intromettono importune, dovrei vedere qualcosa, magari gli eroi della mia storia che guizzano da un fondo bianco: bizzarre figurine, azionate da una molla d’acciaio, per apprendere a memoria il copione che dovranno recitare.

E invece c’è solo una fascia grigiastra, di nebbia ovattata, che mi rimanda l’uniforme ciclicità dei giorni e delle stagioni nei quali mi vedo curiosamente ficcata a forza, incalzata dall’ineluttabile urgenza di inventarmi una storia, per eludere le gocce che mi impediscono di vedere oltre, al di là dell’acquosa consistenza di questi vetri, al di là della falsa innocenza di queste perle d’acqua indifferenti. Tuttavia, per quanto mi sforzi di ampliare il mio raggio visivo, le immagini sfuggono alla mia capacità di dominarle: corrono rapide, senza frapporre indugi e mai si fermano perché io possa memorizzarle. Mi accorgo così che, per la mia fragile sopportazione, è più facile dimenticarmi nella rassicurante e riposata certezza delle cose concrete, sciocche e banali che mi circondano… che mi circondano: è un’eco la mia realtà? No, non lo è: sono io troppo certa per eludermi e persino questa penna e questa nuova pagina di diario di un giorno qualunque, aperta sulla mia scrivania, non posso fingere che non ci siano.

E dire che qualcuno ha detto che le cose, essendo inanimate, sono solo oggetti la cui ragione d’essere è nell’uomo che se ne serve per i propri scopi. Qualcuno l’ha detto, c’è sempre qualcuno che si illude di dire cose nuove, importanti, e scalpita e freme perché vuole che gli altri l’ascoltino. Ma chi mai ascolterà questo fantomatico Signor Altri, mentre si lamenta, perché è stanco di sentire sempre le stesse cose travestite nelle forme più varie? Ma, di nuovo, c’è sempre qualcuno che le ripete per ingannarmi meschinamente: perché anch’io sono oggetto tra gli oggetti, se solo penso che la mia vista è costretta a vederli, ed essi hanno il totale dominio su di me, se non riesco a trovarmi altrove, in un posto qualunque dove in questo esatto istante non piova. Potrei sottrarmi al loro giogo volgendo lo sguardo in altre direzioni, ma non posso spingermi fino all’altrove assoluto, perché ci sono le pareti di questa stanza a fermarmi, e nel vuoto centrale delle pareti nude, c’è qualcuno che cammina su e giù, con le mani incrociate dietro la schiena, lo sguardo calmo, chino sul pavimento, che aspetta.

Ma io sono troppo inquieta per mettere fine alla sua attesa e dargli in pasto una storia che i suoi avidi occhi possano divorare con uno sguardo rapido ed onnicomprensivo che raggiunga i confini estremi della mia scrittura. Lui l’ha capito, si è avvicinato a me, si è piegato sul mio foglio, l’ha accostato al volto e le sue pupille nere pareva che annaspassero nell’aia bianca di quello dove ancora una storia non c’era. Ho sperimentato l’impeto di una calda pietà per Lui e mi sono mossa un interno rimprovero perché non è giusto che ai mendicanti di pane o di parole non si doni nulla. Contravviene ai buoni e sani principi morali che mi sono stati propinati fin dall’infanzia: ‘Bisogna essere sempre generosi, mai egoisti’.

L’antitesi tra i due termini opposti mi sprofonda in una nuova angoscia: come posso uscire dai confini del mio io - egoismo per espandermi nell’altruismo generoso di ciò che è fuori di me, come la penna, la gomma, la stanza, la scrivania, la finestra? Mi si chiede l’impossibile: diventare una natura immane, sovrumana, che abbraccia l’intero in sé stessa ed ha la straordinaria capacità di vedere le cose con la lente imparziale dell’asettica bontà assoluta, quella che non tiene conto delle mie debolezze, dei miei pregiudizi, delle mie idee, che pone tanti Alt e frecce direzionali alla mia condotta di vita. Silenzio: è Lui che me lo impone, perché non mi sono accorta che, nell’effervescenza straripante delle mie ultime considerazioni, ho finito col parlare ad alta voce. Con le sue mani nodose e asciutte, l’indice severo, ha coperto e adombrato il mio foglio bianco, ha cominciato a picchiettarlo per sollecitarmi ad uscire dalla fiacchezza della mia immaginazione.

Lo guardo negli occhi, lo supplico di non esasperarmi, perché sono stanca: è la pioggia che mi fa stare così, ed io avverto soltanto l’invincibile impulso a dormire, il tepore delle coperte su di me che mi sottraggano al suo sguardo inquisitore. Ma Lui è irremovibile: scuote la testa, emette un sospiro nervoso e dice con la sua voce diafana e lontana che “la noia si vince costruendosi quello che non c’è”. D’accordo, ha vinto, mi accingo all’opera:
“La strada era deserta: c’era un gran silenzio…”. L’inchiostro ha già
invaso mezzo rigo. ‘Coraggio, vai avanti’ sembra dire il suo gesto di assenso col capo mentre la mano che sventola vuole invogliare la trama a progredire, costruirsi su di sé, sospinta dall’inerzia delle parole che proliferano l’una sull’altra, automaticamente. La penna si adagia subito sul tavolo, il mio pensiero mi redarguisce impietoso: non è vero che io sono su una strada deserta, né che regna il silenzio perché c’è la voce della mia mente che ciarla, ciarla senza darmi pace. Devo allora proiettarmi nel vortice di una bugia colossale e, di nuovo, venir meno alla mia severa etica che mi impone esclusiva devozione alla pura verità? Non posso, ma devo: c’è lui che attende. E per esorcizzare la deplorevole colpa di una falsa testimonianza, ho bisogno di due o più capri espiatori sui quali riversare tutto il cumulo delle mie superbe fandonie: devo fare risalire dal dirupo a strapiombo della mia mente vuota, uno o più personaggi che si incarichino di sostenere il peso della mia coscienza agonizzante.

Prisca e Oscar, suonano bene, avvinghiati come sono in una strana simbiosi consonantica. Devono essere giovani, ho bisogno che lo siano, perché con il loro brio spensierato possano riscuotermi dalla pigrizia del mio sonno. Ma non è ancora sufficiente: se entrambi sono felici, se sulla loro vita non si addensa alcuna ombra, chi mai si interesserà alla loro storia, così ridicola e piatta? Alla vita si può concedere l’opzione della sciattezza, della quotidianità più dozzinale, ma una storia ha bisogno di apparenze sfavillanti, di fantasmagorici intrecci e sorprendenti colpi di scena che diano all’ipotetico lettore la sensazione di doversi aspettare qualcosa, il sopraggiungere di un nodo risolutore che li consoli per i nodi che nella sua esistenza sono in balia della duplice e contrapposta possibilità di sciogliersi o di rimanere annodati.

Mi sento invasa da un’idea ancora precaria, ma attraente, suggestiva, quasi un polo di calamita che trascina la mia penna e la guida nei suoi imprevedibili movimenti:
“Due biciclette si muovevano piano, l’uno accanto all’altra; si udiva appena il ronzio del continuo pedalare di Prisca ed Oscar che le montavano. Trascorse un certo lasso di tempo”.
Certo, è necessario che si frapponga uno spazio temporale per coordinare l’azione e suggerire la vaga atmosfera di una tranquilla passeggiata, dove insospettabile sia l’approssimarsi del nucleo avventuroso.
“Lo sguardo del ragazzo fu improvvisamente attratto dal rosseggiare di qualcosa sul marciapiede. Si distaccò dalla compagna e si avvicinò all’enigmatico oggetto rosso. Aveva le proporzioni di un fazzoletto o di un foulard ripiegato con cura, a guisa di rettangolo, ma non era né l’uno, né l’altro”.
Cos’era? L’abitudine alle convenzioni mi offre una soluzione spicciola: deve trattarsi di qualcosa che qualcuno ha smarrito. La penna guida la mia mano che scrive:
“Nei dintorni del parco c’era tanta gente che passeggiava, vecchietti seduti sulle panchine, bambini che giocavano, madri che cullavano i loro piccoli frignanti nelle carrozzine. Si respirava tanta armonia. Oscar, spinto dal senso del dovere e dell’onestà, si informò, chiedendo a questo e a quello di chi fosse il foulard. Una signora lo reclamò come suo e così Oscar glielo restituì”.

Lui ovviamente si ribella: che razza di racconto è mai questo? È finito prima ancora di iniziare, manca il mordente dell’avventura. Non sono stata corretta, ha ragione: non solo ho deluso le sue aspettative, ma sono caduta in un’evidente contraddizione. Avevo scritto che la strada era deserta, ma avevo ambientato l’azione in un parco gremito di persone. Il passaggio dall’una all’altra ambientazione non lo si può sottintendere, va espresso. Devo perciò apportare una correzione, inserire qualcosa che non vorrei, perché diluirebbe la tensione del mio stato d’animo. Che la strada fosse deserta andava bene, che i due giovani passeggiassero in bicicletta era plausibile ma, dopo il “Trascorse un certo lasso di tempo”, andava aggiunto: “…fino a quando i due giovani entrarono in un parco sul marciapiede del quale rosseggiava qualcosa”.

È una sutura banale, lo faccio notare anche a Lui il quale, però, non vuole sentire ragioni. Non importa che in infiniti altri racconti si sia presentata ai personaggi, più che l’opportunità, la necessità di entrare in un luogo, fosse un palazzo, una casa, un locale pubblico: ci sono passaggi obbligati che non ammettono deviazioni; o si entra in quel parco, o se ne resta fuori, sulla strada deserta a pedalare a tempo indeterminato, soffocando l’eventualità che possa accadere qualcosa. Ma, a dispetto delle sue giuste osservazioni, non riesco a rassegnarmi: perché Prisca ed Oscar dovrebbero entrare in quel parco? Nessuno può costringerli, e l’entrarci potrebbe significare una svolta indesiderata nel corso sereno della loro vita. Io non ho alcun diritto di guidare le loro esistenze: vadano pure dove desiderano! Ma Lui mi tallona da vicino, dice che ‘non c’è via di scampo’, che ‘se si sceglie l’artificio della finzione, si respinge la vita’.

Ma io avevo già le prigioni della vita, perché aggiungerci anche quelle dell’arte? C’era quella pioggia martoriante, quel tavolo, quel foglio, c’era troppa solitudine: per questo avevo scritto che la strada era deserta e poi avevo apportato una variante, trasferendo Oscar in un parco. La mia memoria non era poi così labile da non rammentare l’intelaiatura dei nessi logici della mia storia, ma aspirava ad una dimensione alternativa alla mia realtà, dove ci fosse tanta gente, spiritualmente accomunata da un qualche sentimento d’armonia del quale anch’io potessi sentirmi partecipe. E se avevo spinto Oscar ad avvicinarsi alla signora era perché speravo nella possibilità di una parola che mi sottraesse alla sostanziale solitudine di me stessa, alla necessità di replicarmi continuamente in un’assurda rifrangenza di monotone copie fotostatiche. Ma Lui voleva costringere il mio sentire, indurmi a chiarire, circoscrivere, definire e siglare quanto di indefinibile era in me ed intorno a me. Ed io non volevo fossilizzarmi nella finzione, o almeno speravo di conservare un minimo di spontaneità nell’artificio o, addirittura, andare oltre quello, superare il limite intrinseco di tutte quelle parole finite, ricreare la vita sforzandomi di lasciarla integra nella sua mobile e fluida natura. Ma com’era amaro per me doverla fermare dentro le parole. Ché, se dicevo ‘dolore’ e provavo a descriverlo, esso si sfaldava, annegava i suoi mille volti in un solo aspetto beffardo, affiorato dalla compiutezza di una serie di parole concatenate. Che poi dicessi cose forse già dette da altri, non poteva essere ascritto tra le mie note di demerito, come Lui si ostinava ad affermare, perché io vivevo dentro la vita, perché gli eventuali altri che scrissero prima di me, vissero anche loro nella vita.

Quale senso avrebbe avuto una scrittura fuori dalla vita? Sarebbe stata una scrittura sterile o morta, chiusa nel compiacimento della sua bella forma. Tuttavia, dal momento che continuava ad insistere, avrei provato a seguire i suoi consigli abnegando la mia vita nella cadaverica mummificazione della pagina vergata. Ed ecco il resoconto dettagliato dei miei lodevoli sforzi, finalmente depurati da ogni interferenza soggettiva: “La strada era deserta: c’era un gran silenzio. Due biciclette si muovevano pian piano, l’una accanto all’altra: si udiva appena il ronzio del continuo pedalare di Prisca e di Oscar che le montavano. Trascorse un certo lasso di tempo. Lo sguardo del ragazzo fu improvvisamente attratto dal rosseggiare di qualcosa sul marciapiede. Si distaccò dalla compagna e si avvicinò all’enigmatico oggetto rosso. Aveva le proporzioni di un fazzoletto o di un foulard ripiegato con cura, a guisa di rettangolo, ma non era né l’uno, né l’altro: era una busta rossa, ben sigillata, che non riportava né l’indirizzo del mittente, né quello del destinatario. Oscar era perplesso, tremava, non sapeva cosa fare. Prisca, con la sua etica più sbrigativa ed accomodante, dissolse ogni remora del fratello. Gli disse di prenderla perché ciò che è abbandonato per strada non appartiene a nessuno e diventa legittima proprietà di chi per caso lo trovi. Oscar era ancora indeciso. Non riteneva corretto leggere la roba altrui. Ma poi l’umana curiosità ebbe il sopravvento: l’aprì, conteneva una lettera.

Egregio Avv. Dougal Ainsworth,
ritengo doveroso informarLa dell’avvenuto decesso di Mrs Rowena Stedman, mia amatissima e compianta nonna. La invito pertanto ad attendere all’apertura del suo testamento. Poiché presumo che l’intero patrimonio di mia nonna mi sia stato lasciato in eredità, in qualità di suo unico e prediletto nipote, credo opportuno fissare con Lei un appuntamento per trattare in dettaglio i termini della questione. Con l’occasione potrò avere il piacere di conoscerLa di persona e di presentarLe la mia gentile consorte.
Con i più distinti saluti

Mr Walter Brinsley.

Fratello e sorella si scambiarono un’ ammiccante occhiata d’intesa. Oscar, vedendo sopraggiungere alcuni passanti, infilò frettolosamente la lettera in tasca. Risalirono in bicicletta alla ricerca della più vicina cabina telefonica. Avevano appena poche monete:
“Se non troviamo un rimedio alla nostra disastrosa situazione finanziaria, saremo costretti a vendere anche le bici!” esclamò il giovane amareggiato.
“E quanto credi che potremo mai ricavare da due rottami come questi!” osservò la ragazza, “Ma, se avremo fortuna in quest’affare, non saremo costretti ad ipotecare la nostra casa e così faremo felice papà che si è sempre mostrato contrario a questa soluzione estrema”.
“L’ho trovato!” proruppe Oscar raggiante, “L’indirizzo dell’avvocato Ainsworth: 10, High Street, Newbridge”.

Ormai era tarda sera e i due fecero ritorno nella loro misera catapecchia. Era situata alla periferia di Newbridge, in un vicolo scuro e serpentiforme. Il sole non vi batteva mai e l’umidità imputridiva le case fatte di legno tarlato. I topi vi si erano accampati: rosicchiavano i legni marci e vi scavavano le loro tane; i gatti ed i cani abitavano i bidoni della più sudicia immondizia e le mosche a migliaia si posavano ovunque, anche sulla gente che, fiaccata da una fatale rassegnazione, non provava nemmeno più a scacciarle. Regnava un lezzo insopportabile d’animali morti ed escrementi: uno spettacolo rivoltante. Prisca, ogni volta che si trovava a guardarlo, palesava nel volto un perenne orrore frammisto a ripugnanza. Ma ormai si era rassegnata alla sorte di miseria della sua famiglia. Tuttavia, quella sera, sentiva nel cuore che poteva sfidare il destino grazie a quella misteriosa busta rossa. Giunti vicino al loro fatiscente tugurio, trovarono la porta spalancata. Entrarono, irretiti da un terribile sospetto, ma trovarono l’abitazione vuota. Tutto, fino alle più povere suppellettili, era stato rubato. Prisca rimase pietrificata, Oscar soccorse il padre che giaceva a terra rantolante, il petto insanguinato. L’uomo spirò tra le braccia del figlio in lacrime. Prisca rimase di ghiaccio, rimuginava tra sé su quanto il destino fosse stato atroce con lei e suo fratello: dopo sua madre, infatti, li aveva resi orfani anche del padre.

Il giorno seguente provvidero alle esequie funebri. Una cerimonia modesta, una bara di rustiche tavole, dato che non potevano concedersi il lusso di acquistarne una migliore. Sulla via del ritorno, entrambi taciturni e chiusi nel loro dolore, sentirono, quasi per caso, dalla radio accesa di un’auto parcheggiata nei paraggi, un annuncio singolare:
“Smarrita qualche giorno fa una busta rossa di vitale importanza. Il facoltoso proprietario promette a chiunque la porti nei nostri studi, un compenso di ben centomila dollari”.
Prisca rifletté:
‘Se il proprietario promette una somma così ragguardevole a chi la restituisce, significa che l’asse ereditario ammonta ad una cifra astronomica che, nemmeno io, povera tapina, riesco anche solo ad immaginare.’
“Ho avuto un’idea…!” esclamò, rivolta al fratello, “Se noi li ricattiamo, inviando un’altra busta nella quale diciamo che se vogliono riavere quella autentica devono sborsare almeno il triplo della ricompensa pattuita, caro il mio Oscar, potremo finalmente uscire da questo letamaio!”.
“Potrebbe beccarci la polizia.” replicò Oscar alquanto preoccupato. “Se vogliamo che i nostri progetti vadano in porto, dobbiamo agire legalmente, almeno in apparenza. Ricordi l’avvocato Ainsworth…” e qui lanciò uno sguardo malizioso alla sorella, “Che ne diresti di andare a fargli una visita, cara la mia signora Brinsley?”.

Occorreva però, procurarsi dei vestiti in buone condizioni, adatti alla circostanza. La cosa risultò facile, ma incresciosa, poiché dovettero vendere i loro unici averi: le due biciclette. Con i soldi racimolati si lustrarono a nuovo, dalla punta dei capelli a quella dei piedi, e si incamminarono alla ricerca dello studio dell’avvocato. Girovagarono a lungo per la città finché giunsero alla bramata destinazione. Si fecero introdurre come il signore e la signora Brinsley. Furono accolti con estrema affabilità nello studio raffinato ed elegante dell’avvocato. Oscar consegnò la lettera all’avvocato, scusandosi di non avergliela fatta recapitare prima per posta. Ma lui capiva, gli disse il giovane, era così affranto per quella dipartita così inaspettata da aver dimenticato persino di imbucarla. L’avvocato apparve molto sorpreso, più che per tutta quella farraginosa spiegazione, per il fatto che sapeva con certezza che la signora Stedman non poteva essere morta, dal momento che l’aveva vista sana e vegeta non più di qualche ora prima. L’equivoco fu presto chiarito e i due giovani ebbero la pelle salva da complicazioni giudiziarie grazie alla commossa pietà dell’avvocato che ascoltò in devoto silenzio la tragicomica storia di Prisca ed Oscar, due poveri sventurati il cui nome richiamava, quasi per analogia, la vicenda di Tizio e Caio perseguitati e beffeggiati dalla malasorte.
Appena usciti dallo studio dell’avvocato, sconsolati e con i pochi spiccioli che erano loro rimasti, presero un taxi per ritornare a casa, quando udirono dalla radio:
“Vi è piaciuto lo scherzo della busta rossa?”.
I due rimasero allibiti, mentre la radio continuava a cianciare:
“Se avete trovato un plico contenente una lettera che riferisce di una
cospicua eredità lasciata al nipote, Walter Brinsley, sappiate che la nostra signora Stedman è la novantenne più arzilla e pimpante di Newbridge. Grazie per la vostra collaborazione a renderci più dolce e divertente la vita!”.
Prisca quasi sveniva, Oscar quasi moriva. Faceva persino rima!
Epilogo
Due anni dopo Prisca e Oscar ritornarono nella loro vecchia baracca, recuperata dopo qualche anno di duro lavoro e sacrifici. Continuavano a condurre una vita grama e stenta. Oscar lavorava come fattorino, Prisca come sguattera.
Un giorno, era appena arrivata la bella primavera e le sue nuove, lessero sul giornale della morte di una certa signora Stedman che aveva lasciato tutte le sue fortune al nipote Brinsley e alla sua consorte. Sulle prime Oscar e Prisca credettero che si trattasse di un’ennesima burla di pessimo gusto, ma poi, furono travolti di nuovo dalla smania di diventare ricchi: decisero di riprendere il vecchio travestimento di coniugi Brinsley e, venduta la baracca, si presentarono alla porta dell’avvocato Ainsworth.

Questa volta non si trattava di una beffa: la signora Stedman era davvero spirata. Oscar e Prisca, precedendo il vero erede e sua moglie, si appropriarono del lauto bottino della vecchia e fuggirono all’estero dove, ahimè, furono derubati fino all’ultimo soldo”.
Fine.
“Fino all’ultimo soldo”: rileggo le ultime parole per sancire l’inesorabile conclusione della mia storia. Avrei voluto che non finisse, perché tutto ciò che termina, lieto o triste che sia, lascia sempre uno strano amaro in bocca. Lui mi guarda inebetito. Lo precedo: “Non è stata forse una storia avvincente?”.
Non sorride. Ha una smorfia grottesca sulle labbra che non vuole decidersi a diventare qualcosa di più nitido: una risata o una bocca a mezza luna capovolta. Mi accorgo d’un tratto che Lui non esiste: è solo un terzo al quale ho cercato di comunicare qualcosa, ma non so se veramente ci sono riuscita. A giudicare dal suo mutismo direi di no. Ancora lo interrogo per sondare in lui gli effetti del mio racconto. Ma mi appare sempre più stranito e sempre meno tangibile: il suo volto è solo un grumo di tristezza e delusione. Non riesco proprio a capire: sono uscita da me stessa e dalla mia logica per assimilarmi alla sua. L’ho accontentato, Dio m’è testimone! Ho creato un intreccio di eventi ben nutriti, ma a me sembra che quello sia la parte che l’abbia interessato di meno. Ha ragione: i miei eroi sono soltanto marionette piatte e senz’anima le cui battute ed i cui elementari pensieri ho interamente diretto dall’esterno, da scaltrito narratore eterodiegetico. Pure, come potevo assimilarmi alla loro tragedia che non era la mia, ma che feci ugualmente filtrare attraverso la mia mente? Ho anche creato una situazione conflittuale di disagio economico e degrado morale. Ma tutto questo non l’ha minimamente scosso, neanche le orripilanti descrizioni del baraccamento. Mi sono compiaciuta degli obbrobri più disgustosi ed ho finito per trasformare la pietà, che avrei voluto suscitare nel lettore, in incredulità o in eccesso di nausea. La commozione sarebbe forse scaturita spontanea, se avessi calcato un po’ meno la mano su un crudo ed esasperato realismo descrittivo. Le vicende poi si susseguono incalzanti, al di fuori di ogni lento ritmo reale. Forse per questo suonano false e, se le si sottoponesse ad una più attenta disamina, ci si avvedrebbe persino dei punti di sutura, dei vuoti nascosti con l’urgenza di nuovi fatti, fatti che parlano, sembrano promettere la rivelazione di una grande verità, ed invece non riescono ad illuminarne alcuna, smarriti come sono nella necessità di raccontare se stessi. Ho anche rincarato la dose dei colpi di scena con l’eclatante appendice - epilogo dei due anni dopo.

Cos’altro mancava a questo racconto? Lui scrolla le spalle e il suo silenzio mi induce a cercare nuove parole che colmino l’abisso che ci separa. Possiede la straordinaria abilità di trovare altri pretesti a che io
prosegua la mia scrittura che non vorrebbe più fermarsi nell’intoppo di un secco punto fermo. Ho cercato di seguire pedissequamente tutti i suoi suggerimenti, non mi sono più abbandonata a superflue digressioni, mi sono liberata delle mie inopportune intrusioni, ho finto che oggi il mio cuore fosse un tripudio di luce, pur tra la pioggia dilavante. Il racconto era lì, autonomo, sembrava che bastasse a tutti, e invece non è bastato a nessuno.
Al di là dei giochi di una sorte beffarda, accanita ciecamente su due poveri mortali, non ha detto niente: solo parole che si accoppiavano secondo collaudati schemi di procedura sintattica e stilistica. Mi sono così inoltrata nell’area dell’assenza e l’ho rimpinzata con le mie stravaganti fantasie. Forse per un momento, mentre ancora era impegnato a leggermi, sono riuscita persino a stuzzicarlo, o quantomeno a distrarlo dalle sue quotidiane preoccupazioni. Ma cos’era poi la sua lettura, se non l’inseguire il flusso rapido della mia follia verbale, chiusa tra doppie virgolette, per farla apparire il più possibile avulsa dalla mia vita.

È una storia veramente deludente quest’ostinato tentativo di approntarne una. E dire che avevo dentro un’idea grandiosa, eccezionale, ma quando l’ho trasferita sulla carta, si è ridotta ad una barocca fusione di suoni fini a se stessi che mi lasciano la sgradevole sensazione di cose già dette e ridette, rimestate e digerite. Facezie, tanto per passare il tempo che, a guardar bene, mi sembra un po’ il senso di tutta una vita: un’affannarsi a fare tante cose che riempiano anche gli strascichi dei tempi morti, un’inventarsi progetti per sfuggire alla monotonia, un rotolarsi nel fango dei sogni e
delle illusioni per avere la faccia sporca e la vista annebbiata che ci impedisce di vedere che, oltre la precaria trasparenza dei vetri punteggiati dalle gocce, c’è solo una bruma opaca che tarda a squarciarsi.

Mi chiedo con ansia quando si dissolverà e quasi mi illudo che, a forza di proiettare in quella gli effluvi di tutte le mie attese, uno spiraglio dovrà pur formarsi, dal quale io possa ricevere un raggio gratuito di luce. Già mi vedo mentre esso mi investe e rischiara i miei occhi ma, al tempo stesso, non posso fare a meno di pensare che non mi illuminerà per sempre e che, se anche lo volessi, non riuscirei a trattenerlo in tutta la sua completa intensità. Pur in mezzo alla tangibile pregnanza della sua presenza, si insinua gradualmente in me la sottile e corrosiva inquietudine di perderlo. E non importa che mi ci aggrappi con tutta la mia forza: ciò che vive porta in sé l’indelebile marchio dell’estinzione.
Potessi almeno difendermi da questa inquietudine senza volto, accerchiarla, metterle un filo rosso di confine intorno, impedire che fagociti il mio spazio esistenziale. Potessi costringerla a venire allo scoperto e darle un nome! Ma lei si camuffa dietro le sembianze più impensate. Ora si manifesta come effetto di un problema circoscritto, neanche troppo serio ed allarmante, ma è talmente invadente da impedirmi di rinvenire la causa dalla quale un tale effetto è conseguito; ora si coagula nel dito minaccioso di un Lui, dall’apparente consistenza umana, che mi incalza con la necessità di fare qualcosa, di rispettare una scadenza; ora si discioglie in un profondo senso di stanchezza assonnata che non riesce a vigilare sulle sue imprevedibili mosse.

In ogni caso devo restare in all’erta: da un momento all’altro potrebbe assalirmi alle spalle, di soppiatto. Ma forse non è nemmeno inquietudine: è solo la voce della mia coscienza che trasmette dal mio interno tanti codici cifrati che io devo interpretare e che mi segnalano la sua costante presenza. E allora mi avvedo che tutta la mia ragione d’essere è nel pensiero della mia coscienza che mi parla. E finché lo farà, avrò la garanzia di esistere. Il mio corpo è solo il simulacro ambulante del mio pensiero che si muove tra luci, suoni e rumori nei quali vorrebbe ubriacarsi, ma senza riuscirci. La mia mano che corre veloce su un foglio disseminato di idee che vogliono fermarsi, è solo lo strumento del quale la voce della mia coscienza si serve per comunicarmi i suoi convulsi sussulti. E poiché i messaggi si inseguono a ritmo frenetico, ne consegue che io mi senta esausta, alla mercé della sua volontà. Ma non appena l’inchiostro ha fissato sulla carta le linee dei suoi irregolari spostamenti, è come se la pagina scritta avesse cessato di appartenermi. Potrei rileggerla, anche a distanza di un minuto, e mi accorgerei che lo stato della mia coscienza è già cambiato. E i segnali latenti della modifica sopravvenuta posso leggerli nei miei pensieri che non sono più quelli di prima. Ed io sono costretta di nuovo ad inseguirli, ovunque loro intendano condurmi, fino agli stati d’animo della dissolvenza.

Non importa che io sia lieta o triste: l’essere l’uno o l’altro dipende dai capricci del mio pensiero senza remore e guinzagli, o piuttosto è soltanto una mastodontica finzione della mia coscienza, insofferente di indossare lo stesso abito per due minuti consecutivi. Non è neanche colpa sua, dopotutto: anche lei ha subito il fascino delle mode fugaci, sente sempre il bisogno di cose nuove ed originali, di nuove passerelle sulle quali far sfilare i suoi molteplici umori. Provo pietà per lei che tanto si divincola per uscire dalla polverosa trappola dei giorni. Mi occorrono nuovi alibi, nuovi sogni e compromessi con la vita: una felicità piena mi annoia, una felicità vuota mi annienta. Devo sempre correre e tenermi occupata, prefiggermi nuovi obiettivi, crogiolarmi in qualche finto ideale che colmi la lacuna della mia mente bucata. D’altra parte non esistono ideali autentici: che li si possa distruggere e far resuscitare è la riprova oggettiva della loro fittizia artificiosità. La mia mente se ne inventa a bizzeffe ogni
giorno, ma non riesce a mantenere la sua fede in alcuno: sono piccole storie inventate per trovare un motivo all’agire.

Ogni giorno un nuovo racconto che sembra riempire la capienza del tempo, almeno fino al sopraggiungerne di un altro che prenda il posto del precedente. È già nato un nuovo racconto nella mia mente: vedo Prisca e Oscar che se ne stanno bagnati e infreddoliti sulle loro biciclette mentre avanzano sulla strada. Mi guardano negli occhi ed io so che i loro sono colmi di lacrime che si ostinano a non cadere. “Vogliamo una storia”, mi dicono, vorrebbero un’altra busta rossa che dia una diversa combinazione alla loro esistenza. Mi supplicano a che io non li lasci pedalare a vuoto, all’infinito, su quella strada deserta che non conosce né inizio, né fine.

Cosa posso inventare io per loro che essi non portino già dentro di sé? D’accordo, riproviamo da capo. Consegno loro una nuova busta sulla quale costruire una nuova favola di vita. Famelici, la aprono. E perché tutto sia detto e documentato nei più minuti dettagli, mi sono data la briga di trascriverne l’intero contenuto che i miei eroi sconsolati mi hanno lasciato in eredità. È un foglio bianco e desolato che dice:
Bisogna inventare una storia…
 

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